Corso semi-serio su come vi rovino le giornate attraverso la poesia Lezione 3: dimagrire così tanto da diventare metafora

Oggi prendiamo in esame:

Piuma…

Già dai puntini si capisce che non poteva andare bene.

Quando un titolo ha più puntini che certezze, di solito o sta arrivando una poesia malinconica o una diagnosi non richiesta.

“Forse ho perso troppo peso”

Ed ecco l’attacco.

Uno si aspetta una riflessione sulla dieta.

Magari un post motivazionale.

Una foto prima e dopo.

E invece no.

Io parto dal dimagrimento e arrivo alla fenice.

Perché evidentemente il mio metabolismo non bruciava solo calorie, ma anche simboli.

“Il destino mi sballotta troppo facilmente”

Qui il problema non è solo il peso.

È che la vita sembra avermi preso per il colletto e aver detto:

“Vediamo dove atterra.”

“Come fossi una piuma”

La perdita di peso diventa subito metafora.

Non sono leggero perché sto bene.

Sono leggero perché basta poco a spostarmi.

Che è una differenza sottile, ma abbastanza devastante.

“Non sono ancorato alla realtà”

Classico momento in cui il corpo dimagrisce e la testa invece parte per conto suo.

“Ma troppo a me stesso”

E questa è la fregatura.

Non sono attaccato alla realtà.

Sono attaccato a me.

Alle mie paure.

Ai miei pensieri.

Alle mie versioni precedenti che ogni tanto tornano a chiedere l’affitto.

“O trovo appigli fasulli”

Cioè mi aggrappo a cose che sembrano salvezza e invece sono arredamento emotivo dell’Ikea.

Bello da vedere.

Ma appena ci metti peso sopra, crolla.

“Fragili”

Pure costruiti male.

“Illusori”

E magari nemmeno esistenti.

Quindi ricapitolando: sono una piuma, cerco appigli fragili e forse immaginari.

Ottimo piano.

“Basta un’altra botta di vento”

Qui basta niente.

Un messaggio.

Un ricordo.

Una persona.

Una speranza con la faccia sbagliata.

E via, si cambia direzione.

“Di passione?”

Perché la passione è bellissima.

Ma spesso entra nella vita con la delicatezza di un tir contromano.

“Forse”

Il “forse” qui è il cervello che prova a mettere un triangolo d’emergenza.

“Di ragione?”

Magari invece è ragione.

Magari sto diventando lucido.

Magari.

Appunto.

“Per quello servirebbe il sonno omonimo”

Qui entra il gioco di parole sul sonno della ragione.

Che genera mostri.

O poesie.

Nel mio caso, spesso entrambe.

“Il problema è che la ragione è dentro”

La ragione c’è.

Solo che sta dentro.

Come quei colleghi bravissimi che però non parlano mai durante le riunioni.

“E resta lì, ben confinata dalla pelle”

Questa immagine mi piace ancora.

Perché dice una cosa vera: a volte sappiamo tutto.

Sappiamo cosa dovremmo evitare.

Chi dovremmo lasciare andare.

Dove non dovremmo tornare.

Ma la ragione resta chiusa dentro.

E fuori ci va il resto di noi.

Quello meno affidabile.

“Fortunatamente la mia piuma è durissima”

Ed ecco il momento in cui la biologia si arrende.

Una piuma durissima.

Praticamente una piuma in adamantio.

Wolverine, ma spennato.

“Forgiata da mille uragani”

Però il senso è bello.

Non sono resistente perché non ho sofferto.

Sono resistente perché ho attraversato abbastanza uragani da diventare qualcosa di diverso.

Sempre leggero.

Ma non più fragile come prima.

“Non basta l’ennesimo appiglio sbagliato”

Perché ormai gli appigli sbagliati li riconosco.

Magari ci casco ancora.

Ma almeno mentre ci casco dico:

“Ah, eccolo. Il cartongesso emotivo.”

“Per romperla”

La piuma non si rompe.

Si piega.

Vola male.

Finisce dove non voleva.

Ma non si rompe.

“Anzi c’è probabilità che si ricongiunga al proprietario della piuma”

E qui arriva il cambio.

Forse non sono solo una piuma persa.

Forse sono un pezzo staccato da qualcosa di più grande.

Forse non sto vagando.

Sto tornando.

“Che a quanto sembra”

Qui si sente proprio che anche l’autore lo sta scoprendo mentre scrive.

Come quando apri Google Maps e ti accorgi che stavi andando nella direzione giusta per puro culo.

“Per tutte le volte che sono morto e rinato”

Questa è la frase centrale.

Perché qui la poesia smette di parlare di leggerezza e comincia a parlare di sopravvivenza.

Delle volte in cui finisci.

Delle volte in cui cambi pelle.

Delle volte in cui pensi “stavolta basta”.

E poi, invece, ricominci.

“Si tratta di una fenice…”

E alla fine arriva lei.

La fenice.

Che spiega tutto e niente.

Perché sì, sono una piuma.

Ma non una piuma qualunque.

Una piuma di qualcosa che brucia, muore, rinasce e probabilmente ha anche bisogno di ferie.

Quindi, spiegata male:

ho perso peso, il destino mi usa come coriandolo, mi aggrappo a cose discutibili, ma alla fine scopro di essere un accessorio mitologico ignifugo.

Spiegata un po’ meglio:

questa poesia parla di fragilità che non coincide con debolezza.

Di leggerezza che non significa inconsistenza.

E di tutte quelle volte in cui pensiamo di esserci persi, mentre forse stiamo solo tornando alla parte più resistente di noi.

per chi si sente coraggioso la poesia è qui: https://fuoconero.com/2025/01/28/piuma/

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6 pensieri riguardo “Corso semi-serio su come vi rovino le giornate attraverso la poesia Lezione 3: dimagrire così tanto da diventare metafora

  1. Quell’articolo “sfinente” prima della poesia l’ ho letto e adesso meriti di leggere anche il mio rutilante commento.
    La tua  è una tattica precisa. Mi metti davanti un muro di parole, link, pingback, tag, eventi inesistenti, “ultime cicatrici”… È rumore bianco.

    Chi arriva alla poesia dopo quel labirinto o è davvero interessato, o è masochista. È come dire: “Se sei ancora qui dopo tutto questo caos, allora meriti le mie parole”.  Più sfinisci prima, più abbassi le tue aspettative. Se dopo 2000 parole di fuffa ci  dai una poesia vera, l’impatto è doppio. È un trucco da prestigiatore: ci distrai con la mano sinistra mentre prepari il colpo con la destra.
    Ma rischi di far desistere proprio chi avrebbe qualcosa da dire. E questo è autolesionismo poetico.
    A primo impatto avevo pensato: “non so cosa scrivere”
    È normale !
    Piuma… non chiede applausi. Chiede silenzio.

    Dici:  “Non sono ancorato alla realtà / Ma troppo a me stesso”
    “Per tutte le volte che sono morto e rinato”
    Che commento potrei lasciare? “Bella”?
    “Mi piace”?
    Suonerebbe falso.
    Oppure:
    “Mi ha fatto male”?
    “Mi ci ritrovo”?
    Sarebbe mettersi a nudo in pubblico, sul blog di uno che lancia  una sfida.

    Il non-commento sarebbe rispetto. Rispetto per me stessa, che non svendo una cosa che mi i ha toccata.
    Rispetto per la poesia, che non ha bisogno di bollini di approvazione.
    Io penso che se scrivi in un certo modo un motivo ci sarà”.
    Vero!
    E qui il motivo mi sembra doppio: Tu scrivi prima per te stesso.
    Si vede. È scrittura terapeutica, è esorcismo.
    Ti forgi la piuma durissima mentre scrivi. Noi siamo testimoni, non destinatari. La sfida è il tuo modo per tenere le distanze: “Ti faccio leggere, ma non avvicinarti troppo”.   Hai paura di non essere capito, quindi attacchi  per primo. Se mi sfidi tu, non può lanciare una sfida chi legge.
    Se dici :“vediamo se hai il coraggio”, ti metti al sicuro: se non commento, è perché non ho avuto coraggio.
    Ma io non mi faccio intimorire .
    Ho letto dentro le parole.
    Ho visto la fenice.
    Ho visto il gioco, la sfida e non  scelgo il silenzio.

    Sono una mamma. Ho persone che si aggrappano alla mia  forza.
    Questo cambia molto .
    Non leggo “Piuma “… come spettatrice.
    La leggo con le mani occupate a tenere su altri.
    La tua “sfida”  ha senso, ed è questa: tu metti davanti una poesia che sembra fragilità pura e poi ce la ribalti in faccia.

    Cosa dici davvero, senza girarci intorno:
    Scrivi che ti senti leggero, “senza peso”, sballottato dal destino. Non sei radicato nella realtà, ti aggrappi a cose che non reggono – appigli fasulli, fragili, illusori.
    Qui la piuma è debolezza, inconsistenza.
    Tante volte ci sentiamo così  ma cos’è che ci sbatte in giro?
    Una passione che ci travolge?
    O la ragione che non ci fa dormire?
    Giochi con “sonno omonimo” = ragione / il sonno della ragione genera mostri.
    La ragione ce l’ha dentro ma non esce, è “confinata dalla pelle”.  
    Dici :“Fortunatamente la mia piuma è durissima”.
    Quella che sembrava debolezza è temperamento, forza, potenza.
    Mille uragani l’hanno resa acciaio. Non si rompe più per un appiglio sbagliato.
    La piuma non è di un uccellino qualunque. È di una fenice. E se è di una fenice, significa che ogni volta che muore, rinasce. Infatti scrivi :“Per tutte le volte che sono morto e rinato”
    Quindi la sfida qual è?
    “Ci fai credere che parlassi di fragilità. Invece  parli di resilienza”. Sfidi a leggere oltre la prima impressione. A capire che a volte chi sembra più leggero, più sballottato, ha attraversato così tanti uragani da diventare indistruttibile.

    È una poesia sulla rinascita, mascherata da caduta.

    Mi hai  portato in un labirinto apposta.
    Poi  piazzi la poesia secca, diretta, e mi dici: “Adesso, se hai il coraggio, leggila”. Il coraggio serve perché dovrei reggere l’impatto emotivo, non perché è difficile.
    Leggere “per tutte le volte che sono morto e rinato” è facile. Viverlo è un’altra cosa.
    Io rinasco perché ho chi mi aspetta sveglia e protettiva. Non sono una fenice. Sono una madre.
    Gli argini tengono.
    La piuma non vola.

    La tua piuma è diventata Fenice dopo mille uragani.
    La mia  carissimo Gianni non ha tempo di diventare Fenice deve tenere in piedi delle persone, oggi.
    Forse il coraggio non è leggere la poesia. È chiudere il blog e andare a preparare la cena.
    Vedere come stanno le mie sorelle, i miei figli e devo essere d’ acciaio tutti i giorni perché fuori dal mito c’è il quotidiano. E quello è più tosto di qualunque Fenice.

    La poesia è un ponte, non un muro con filo spinato.
    Tu quel ponte lo costruisci benissimo. Parli di fragilità che diventa forza, di uragani che temprato invece di spezzare. È un regalo.
    La “sfida” è un biglietto appiccicato sul regalo con scritto: “vediamo se te lo meriti”. E il regalo non ha bisogno di biglietti.

    La cosa più onesta?
    Forse tu stesso ti senti fragile come quella piuma all’inizio. E la sfida è prima di tutto a te  stesso: “Ho il coraggio di pubblicare questo pezzo di me?”. Poi la giri a noi lettori.
    Io so che tutti i giorni cerco di andare avanti con la mia piuma debole, ma resisto ,mi avvito al necessario bisogno che hanno chi si aggrappa per continuare a vivere a me con tenacia e quindi devo essere forte per loro.
    Nel tempo mi sono temprata come l’ acciaio e quindi non sono più piuma leggera che un alito di vento sposta.
    Mi sono forgiata forte e acciaiosa  perché era quello che ho dovuto fare per andare avanti e sostenere chi aveva bisogno della mia presenza e della mia forza.
    Lasciarti questo commento è stata una sfida perché ancora la” Pedrata di Martinel” mi dà dolore e non posso appoggiare la gamba, ma sono riuscita a scrivere , a primo acchito stavo rinunciando, ma poi ho iniziato a scrivere e c’è voluto tempo e pazienza
    .Ti abbraccio forte con affetto e buona Gianni 🤍👍🏻🫶🏻🫂
    Questo è quello che ho potuto scrivere, ciao !🤷🏻

    1. Desirè, intanto ti dico una cosa: questo non è un commento, è praticamente un contro-articolo abusivo costruito sul mio articolo abusivo. Quindi direi che siamo perfettamente pari, e forse anche un po’ complici nel reato di eccesso di parole.

      Hai fatto una cosa che non è scontata: non hai solo letto la poesia, hai letto anche tutto quello che c’era intorno. Il rumore, il labirinto, la sfida, il modo in cui io provo a buttare battute davanti alle cose serie come si mettono i mobili davanti a una porta che non si vuole aprire troppo.

      E sì, probabilmente hai ragione: a volte la sfida serve anche a me. È un modo per dire “vediamo se arrivi fin qui”, ma anche per proteggermi dall’idea che magari qualcuno arrivi davvero. Perché scrivere certe cose è facile solo dopo. Prima è sempre una specie di piccolo salto senza sapere se sotto c’è acqua, cemento o un altro mio pensiero molesto che chiede l’affitto.

      La frase che mi porto via dal tuo commento è questa: “La poesia è un ponte, non un muro con filo spinato.”
      Ed è bellissima, perché forse io ogni tanto il ponte lo costruisco bene, ma poi ci metto davanti un cartello con scritto “attenzione, passaggio emotivamente pericolante”. Un po’ per difesa, un po’ per autoironia, un po’ perché se non ci metto una battuta mi sembra di essere troppo nudo davanti a chi legge.

      Mi ha colpito molto anche quando dici che tu non sei una fenice, sei una madre. Perché è una cosa fortissima. La fenice può bruciare e rinascere con calma scenografica, magari pure con la colonna sonora. Una madre no. Una madre spesso deve rinascere mentre prepara la cena, mentre controlla se gli altri stanno bene, mentre tiene in piedi persone che nemmeno sempre si accorgono di quanto peso le stanno mettendo addosso.

      E forse hai ragione: fuori dal mito, il quotidiano è più tosto di qualunque fenice. Perché lì non c’è il fuoco sacro, non ci sono le ali, non c’è la leggenda. Ci sono le cose da fare, le persone da sostenere, il dolore alla gamba, la stanchezza, la vita che non aspetta il momento giusto per essere affrontata.

      Però, permettimi, secondo me un po’ fenice lo sei anche tu. Solo che non hai tempo di fare la scena madre. Rinasci in modo pratico, senza effetti speciali, magari zoppicando, magari stanca, magari con dolore, ma rinasci lo stesso. E questa forse è una forma ancora più difficile di rinascita.

      Grazie davvero per aver attraversato il labirinto e per non esserti fermata al “bella poesia”. Grazie per averci messo dentro te stessa, la tua forza, la tua fatica e anche quella lucidità un po’ spietata che serve quando una poesia prova a fare la furba e tu le dici: “Ti ho vista, so cosa stai facendo.”

      Ti abbraccio forte anch’io. E riguardati quella gamba, perché va bene essere d’acciaio, ma ogni tanto pure l’acciaio ha diritto a stare seduto.

      1. Sto vivendo un periodo piuttosto brusco , la gamba continua a farmi un male boia e non riesco a stare in piedi e la notte anche sdraiata, sento un male indescrivibile e già sono quasi 13 giorni che ho avuto quella fitta che mi ha rotto la vena e c’è stata la fuoruscita di sangue che ha invaso tutta la gamba, si deve assorbire l’ ematoma e sanare la parte malata sono già 3 giorni che volevo commentare questa poesia.

        La prossima volta che intravedo tutto lo show che hai architettato , mi rifiuto di fare ragionamenti inutili e non accetto sfide che dovrebbero misurare la mia voglia di capire e di interagire con le tue parole che comunque faccio sempre tutte le volte che commento le tue poesie, perché non mi basta scrivere che l’ apprezzo, ma bisogna anche capire ciò che in quel momento vuoi farci arrivare.

        Comunque non so perché sfidi , perché metti alla prova , credo che tu non ne abbia bisogno, le tue poesie hanno argomentazioni speciali e hanno un come e un perché ci fai leggere qualità e poetica.

        Comunque è stato un articolo tosto perché ho dovuto fare un lavoro contraddittorio e come hai potuto notare ho scritto la mia verità ch’è diversa dalla tua ma con la stessa validità perché ognuno di noi misura la sua forza con tutto quello con cui impatta e a questo punto io so che ho una forza che mi contraddistingue perché c’è solidità nella mia forza anche se a guardarmi qualcuno potrebbe pensare che un soffio basterebbe a farmi scomparire o farmi cadere giù come una foglia autunnale.

        Ho forgiato il mio carattere, la mia forza interiore con tutta me stessa, l’ ho dovuto fare per forza, lotto da quando non avevo manco 4 anni, la vita mi ha riservato solo guai da attraversare e l’ ho fatto come se nella vita non avessi dovuto fare altro e sono qui nonostante tutto.
        Sereno pomeriggio Gianni, un abbraccio, ciao.🫶🏻🤍🫂🙏🏻

      2. Desy, prima di tutto mi dispiace davvero per quello che stai passando con la gamba. Tredici giorni con un dolore così non sono una cosa da niente, e il fatto che tu abbia trovato comunque la voglia, il tempo e la forza di leggere e commentare mi colpisce ancora di più.

        E te lo dico sinceramente: non devi mai sentirti obbligata a commentare, né a raccogliere le mie “sfide”. Quelle, alla fine, fanno parte del mio modo un po’ storto di giocare con le parole, di proteggermi, di mettere ironia davanti alle cose serie. Però tu hai ragione: se una poesia vale, non ha bisogno di mettere alla prova chi legge. Deve arrivare. Punto.

        Mi ha fatto molto bene leggere quello che hai scritto, anche perché hai portato dentro la tua verità, non una copia della mia. Ed è proprio lì che una poesia secondo me diventa viva: quando smette di appartenere solo a chi l’ha scritta e comincia a incontrare la storia di chi la legge.

        Tu dici che la tua forza è diversa dalla mia, ma ha la stessa validità. Ed è verissimo. Io parlo di piuma, di fenice, di uragani; tu parli di una forza costruita giorno dopo giorno, da quando eri piccola, senza il lusso di poterti permettere di cadere davvero. Una forza meno mitologica forse, ma molto più concreta. Una forza che deve reggere anche quando il corpo fa male, quando la vita pesa, quando da fuori qualcuno magari non immagina nemmeno quanta resistenza ci sia dentro una persona.

        E no, non sembri una foglia autunnale. O meglio: magari qualcuno potrebbe vederti così, fragile, leggera, pronta a cadere. Ma certe foglie attraversano più tempeste di interi alberi e restano comunque lì, aggrappate alla loro parte di vita.

        Grazie davvero per aver letto, per avermi detto la tua verità e anche per avermi fatto notare quando il ponte rischia di sembrare un percorso a ostacoli. Me lo tengo stretto.

        Ti mando un abbraccio forte, ma delicato, vista la gamba. E riguardati davvero, perché la forza è una cosa bellissima, ma ogni tanto merita anche riposo e cura.

      3. Assolutamente sì…Ho veramente bisogno di riposare la mente e anche il corpo perché non posso assumere antidolorifici forti per il mio quadro clinico alquanto difficile i FANS sono deleteri per me e quindi immagina come sto veramente soffrendo.
        Sto assumendo eparina 2 volte al giorno e poi è arrivato il fuoco estivo e quindi doppia penitenza.
        Scrivendo ho smaltito il caos , un po’ liberato la mente e quindi ho riempito la testa con parole al posto del dolore.
        Grazie e a leggerci , ciao Gianni.🤍🙏🏻

      4. Desy, mi dispiace davvero tanto. Già il dolore fisico è una cosa pesante da reggere, ma quando non puoi nemmeno usare gli antidolorifici più forti perché il quadro clinico non lo permette, diventa proprio una prova di resistenza continua.

        E con questo caldo poi immagino sia ancora peggio: sembra quasi che il corpo debba combattere su due fronti, il dolore da una parte e l’estate che ci mette il carico dall’altra.

        Però capisco benissimo quello che dici sulla scrittura. A volte le parole non tolgono il dolore, però gli cambiano posto. Lo spostano un po’ dalla carne alla pagina, dalla testa al foglio, dal caos a qualcosa che almeno ha una forma. Non guariscono tutto, magari, ma impediscono al dolore di restare completamente muto.

        Riposati più che puoi, davvero. La forza ce l’hai, si sente in ogni cosa che scrivi, ma anche la forza ogni tanto va protetta, non solo usata.

        Ti mando un abbraccio grande, delicato e senza stringere troppo, vista la gamba. A leggerci, ciao Desy.

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