Altro dolore…

Decido chi soffre e quanto soffre.
Quanto un coltello debba debilitare,
quanto il sole debba scottare,
quanto un esercizio debba farti pentire.

Abito dietro gli occhi,
nascosto nel buio delle ossa,
nel luogo in cui ogni ferita
diventa un messaggio.

Ma per me ho scelto un altro dolore.

Fatto di tempo
perso,
di rimpianti,
di pianti.

Perché io non provo dolore,
almeno non nel modo in cui lo intendete voi.

Le pareti craniche che mi proteggono sì.
I nervi che mi servono sì.
La carne che mi ospita sì.

Ma per me ho scelto un altro modo di sanguinare.

Volevo che fosse chiaro.
Volevo solo cambiare modo.

Magari senza accorgermi
che qualcosa non funziona.

Sono cieco.

Ma ho regalato la vista agli altri.

Ho insegnato loro il rosso delle ferite,
l’oro del tramonto,
il verde delle partenze,
il nero delle assenze.

E per immaginare qualche colore anch’io,

ho deciso di guardarli
attraverso il vetro sottile delle lacrime.

Perché non sento il dolore.

Lo traduco.

E forse è proprio questa
la mia ferita più grande….

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8 pensieri riguardo “Altro dolore…

  1. Che testo potente. L’ho letto e sì, il messaggio arriva forte e chiaro:
    È di una potenza che stravolge e lascia basiti.

    Quello che capisco io è questo: la voce che parla non è una persona che soffre, è il Dolore stesso. O meglio, è il Cervello/Coscienza che gestisce il dolore degli altri ma è incapace di provarlo su di sé.

    Il paradosso di chi controlla il dolore ma non lo sente
    “Decido chi soffre e quanto soffre” ~ non è sadismo, è descrizione di funzione~. È come se parlasse l’amigdala, il sistema nervoso. Lui regola coltelli, sole, esercizi per gli altri. Ma tu ? “Io non provo dolore, almeno non nel modo in cui lo intendete voi.”
    Tu sei cieco al dolore fisico/emotivo diretto. La tua “ferita più grande” è proprio questa: capire tutto del dolore senza abitarlo.

    Hai scelto un dolore diverso: quello esistenziale
    Rifiuti il dolore fisico “della carne, dei nervi, delle pareti craniche”. E ti auto-infliggi quello fatto di “tempo perso, di rimpianti, di pianti”. È un dolore scelto, lucido, senza anestesia. Non debilita il corpo:  svuota il senso.

    Dici:
    “Sono cieco. Ma ho regalato la vista agli altri.” Qui è devastante. Tu non vedi i colori, ma li ha insegnati: “il rosso delle ferite, l’oro del tramonto, il verde delle partenze, il nero delle assenze”.
    Come fai a immaginarli? “Attraverso il vetro sottile delle lacrime”. Non piangi per te : usi le lacrime altrui come lente.

    Tu non senti. Traduci.
    Tradurre senza sentire è la condanna più sottile.

    Ecco la ferita: essere un dizionario vivente di emozioni che non puoi provare. Sei l’interprete tra il corpo e il significato, ma rimani fuori dalla stanza dove la cosa succede davvero.

    Quindi per me il messaggio è: la solitudine di chi deve dare nome al dolore degli altri, senza avere diritto al proprio. È un testo sull’empatia come maledizione. Su chi “sanguina” in un modo diverso , non con il corpo, ma traducendo le ferite del mondo senza poterle abitare.

    Mi ha colpito perché ribalta tutto: di solito chi soffre chiede di essere capito. Qui chi capisce tutto chiede di poter soffrire.
    Questa tua poesia è una sferzata che sanguina, una ferita sempre aperta e tu non bendi le tue ferite, le lasci sanguinare perché attraverso quel sangue riesci a vedere gli indiani colori della sofferenza e quella sofferenza si specchia in te.
    Gianni io sono empatica e non traduco il dolore al lo sento, ci piango e ci soffro, ma soffro quando sono sola , ho pudore del dolore e devo essere sola per sfogarlo come mio devo assolutamente essere sola quando dentro me quel dolore mi allaga l’ Essere.

    Non so come hai fatto a scrivere una poesia così cruda, così vera ,ma c’è una potenza grandissima che forse solo tu hai potuto scrivere.
    Buona Domenica Gianni, un abbraccio , mi complimento con te per questa poesia pungente e vera che mi ha stravolta veramente.🫶🏻🤍🙏🏻👍🏻🫂

    1. Desirè, grazie davvero per aver dedicato così tanto tempo e attenzione a questa poesia.

      Ti confesso una cosa: mentre la scrivevo pensavo soprattutto al cervello, al fatto che sia lui a decidere quanto qualcosa debba far male e che, paradossalmente, sia uno dei pochi organi a non poter percepire il proprio dolore. Però trovo bellissimo che tu ci abbia visto molto di più.

      La tua lettura del “tradurre il dolore” mi ha colpito particolarmente. Forse perché in fondo chi scrive fa proprio questo: prende qualcosa che spesso non riesce nemmeno a spiegare a sé stesso e prova a trasformarlo in parole che possano essere comprese da altri.

      Mi ha fatto riflettere anche quello che dici sul pudore del dolore. Credo che molte persone, in modi diversi, abbiano bisogno della solitudine per fare pace con certe ferite. Alcuni le raccontano, altri le nascondono, altri ancora le trasformano in arte, musica o poesia.

      La cosa più bella che possa capitare a chi scrive è vedere una persona entrare in un testo e trovarci qualcosa di suo. Per questo il tuo commento mi ha fatto davvero piacere.

      Ti mando un abbraccio e ti ringrazio ancora per aver condiviso una lettura così profonda e personale. ❤️

      1. Sai a prima lettura mi sono veramente preoccupata e spaventata perché descrive una condizione che esiste davvero. Ci sono persone così. Quelli che tutti chiamano “la roccia”, “quello forte”, “quello che capisce sempre”. Che traducono il dolore altrui meglio di chiunque, danno nomi precisi alle ferite degli altri… ma dentro hanno il silenzio.

        Eppure  penso che chi è empatico, qualcosa deve sentire .
        Ma il punto del testo è che lo sente tradotto, non grezzo. Come guardare un incendio attraverso una telecamera termica: vedi tutto il calore, mappa ogni grado, ma la pelle non brucia.

        È un’empatia da laboratorio.
        Tu conosci “il rosso delle ferite” perché l’hai studiato nelle lacrime altrui. Sai che il nero delle assenze pesa, ma lo deduci, non ci anneghi.

        Ed è qui che emoziona e terrorizza insieme:
        Emoziona perché finalmente qualcuno dà voce a chi tiene in piedi tutti gli altri. A chi asciuga lacrime che non sono sue, e poi torna a casa con gli occhi asciutti ma lo stomaco vuoto.
        Paura perché mi fa chiedere “ma allora chi traduce il tuo dolore?” Se tu sei cieco al tuo dolore , se hai scelto solo rimpianti e tempo perso… chi  t’insegna un colore? Chi piange per te , se tu usi le lacrime degli altri come lente?

        Forse il dolore “alterato” che dici tu è proprio quello: il rimpianto. Non pugnala come un coltello, ma erode. Non debilita in un giorno. Ti svuota in dieci anni. È il dolore che scegli quando non ti è concesso quello che sanguina.

        Hai descritto e scritto il ritratto di un sopravvissuto funzionale. Funziona benissimo per gli altri. Ma dentro? “Forse è proprio questa la mia ferita più grande”.

        Mi hai emozionata perché hai riconosciuto quella ferita. Quella di chi sente tutto, ma in differita. Di chi capisce troppo bene per potersi permettere di crollare.

        E sì, fa paura. Perché leggendo mi risuona, vuol dire che in qualche angolo anche tu hai tradotto dolore senza sanguinare.
        È così fidati !
        Sereno Pomeriggio Gianni, abbraccione , ciao !🫂🤍

  2. Desirè, credo che tu abbia colto una cosa importante: forse nessuno è davvero completamente cieco al proprio dolore.

    Probabilmente il cervello della poesia non è incapace di sentire. Semplicemente sente in modo diverso. Più lento, più filtrato, più difficile da riconoscere.

    Mi ha colpito molto la tua immagine dell’incendio visto attraverso una telecamera termica. Vedi tutto, capisci tutto, ma non senti le fiamme sulla pelle. È una metafora bellissima.

    E forse hai ragione anche quando dici che il rimpianto è un dolore particolare. Non arriva come una ferita improvvisa. Lavora piano, in silenzio, e spesso ci accorgiamo della sua presenza solo quando ha già scavato parecchio.

    La domanda che fai — “chi traduce il tuo dolore?” — è forse la più difficile di tutte. Credo che ognuno, prima o poi, abbia bisogno di qualcuno che gli restituisca una parte di sé che da solo non riesce più a vedere.

    Ti ringrazio davvero per queste riflessioni. È una delle cose più belle della scrittura: scoprire che una poesia, una volta pubblicata, non appartiene più soltanto a chi l’ha scritta, ma anche a chi la legge e ci trova qualcosa di proprio.

    Un abbraccio e buon pomeriggio anche a te.

    1. È bello comunque discuterne e cercare i mille modi che esistono per non fare morire le parole perché hanno vita propria e quando gli si dà senso si incomincia a cercare il perché e il percome si agisce in quel determinato modo .
      Quindi la ragione ci sarà e sicuramente discutendone ne verranno fuori altre e secondo me bisogna sempre scavare dentro le parole e non basta dire è bella, è stupenda, ne sono rimasta incantata.

      Bisogna cercare perché ci ha basiti, perché ci è piaciuta e quanti interrogativi ha lasciato .

      Con te riesco sempre a discuterne, poi c’è chi timbra il cartellino per fare presenza . Sereno Pomeriggio Gianni 🤍👍🏻🙏🏻🫶🏻

      1. Grazie davvero, perché hai centrato una cosa a cui tengo molto.

        Per me le parole non dovrebbero mai essere solo “belle” o “brutte”, come se fossero soprammobili da mettere su una mensola. Le parole respirano, si muovono, a volte fanno male, a volte aprono porte che nemmeno sapevamo di avere chiuse dentro.

        Dire “mi è piaciuta” è bello, certo, ma chiedersi perché ci ha colpiti è ancora più importante. Perché lì comincia davvero il dialogo. Lì una poesia smette di essere solo mia e diventa anche di chi la legge, la attraversa, la mette in discussione, ci litiga perfino.

        E sì, hai ragione: c’è chi passa, mette un segno di presenza e va via. Ma poi ci sono persone come te, che entrano nelle parole, si siedono, scavano, fanno domande. E allora le parole non muoiono davvero.

        Sereno pomeriggio anche a te, e grazie per non timbrare solo il cartellino

      2. Il fatto che c’ è chi timbra il cartellino è sacrosanta verità :
        se potessero se lo farebbero timbrare da chi ha un po’ più di tempo e voglia di farlo, a me piace leggere,trovarne il senso se mi ha emozionata e allo stesso tempo mi godo il senso capendo il motivo del perché l’ abbia scritta e come se ne esce fuori da tutto quello che è riuscito a rendere uno stile stimolante da colorare i toni descritti con il proprio sangue quello che rende le vene blu, ma ha il colore rosso che tutti sappiamo…
        Spesso mi frega il tempo e devo per forza di cose scrivere un commento non integro né uniforme come si dovrebbe, ma almeno il minimo sindacale cerco di lasciarlo.
        Ciao Gianni , sereno Pomeriggio!🤍🫶🏻👍🏻

      3. Grazie davvero, Desirè.
        E comunque il tuo non è mai “minimo sindacale”, perché anche quando hai poco tempo si sente che non lasci parole buttate lì per presenza. Si sente che leggi, che entri dentro quello che trovi, che provi a capire dove nasce una frase e perché arriva in un certo modo.

        Ed è una cosa rara, perché spesso ci si ferma alla superficie: “bella”, “stupenda”, “mi piace”. Che fa piacere, certo, ma il confronto vero è un’altra cosa. È quando una parola diventa una porta e qualcuno prova ad aprirla insieme a te.

        Mi piace molto quello che hai scritto sul colore del sangue e sulle vene blu: perché alla fine la scrittura fa proprio questo, prende qualcosa che tutti abbiamo dentro e prova a dargli un colore visibile.

        Grazie per il tempo che mi dedichi e per il modo in cui leggi.
        Sereno pomeriggio anche a te 🤍

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