Decido chi soffre e quanto soffre.
Quanto un coltello debba debilitare,
quanto il sole debba scottare,
quanto un esercizio debba farti pentire.
Abito dietro gli occhi,
nascosto nel buio delle ossa,
nel luogo in cui ogni ferita
diventa un messaggio.
Ma per me ho scelto un altro dolore.
Fatto di tempo
perso,
di rimpianti,
di pianti.
Perché io non provo dolore,
almeno non nel modo in cui lo intendete voi.
Le pareti craniche che mi proteggono sì.
I nervi che mi servono sì.
La carne che mi ospita sì.
Ma per me ho scelto un altro modo di sanguinare.
Volevo che fosse chiaro.
Volevo solo cambiare modo.
Magari senza accorgermi
che qualcosa non funziona.
Sono cieco.
Ma ho regalato la vista agli altri.
Ho insegnato loro il rosso delle ferite,
l’oro del tramonto,
il verde delle partenze,
il nero delle assenze.
E per immaginare qualche colore anch’io,
ho deciso di guardarli
attraverso il vetro sottile delle lacrime.
Perché non sento il dolore.
Lo traduco.
E forse è proprio questa
la mia ferita più grande….

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