Sacro e automatico…

“Uno strumento che sempre dà
la stessa nota:
ta-ra-ta-ta.”

Un dispenser di morte, in pratica.

“Mitra.”

Anche il copricapo papale
si chiama così.

In fondo, spesso chiesa
ha fatto rima con contesa.

In realtà lo fa anche adesso.

Le parole, a volte,
sembrano raccontare storie
più grandi di loro.

Il fatto che un pastore
pastorizzi il latte
sembra sovrapponibile,
ma le strade che li hanno portati lì
sono diverse.

“Narcisista.”

È chi si ama troppo
o chi si sopporta?

Chi non è capace di cambiare
o chi ha imparato
a restare?

Non lo so.
So solo che ogni parola
può avere due storie.

Come il nome che abbiamo
e quello che avremmo voluto…

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3 pensieri riguardo “Sacro e automatico…

  1. Le parole sono come stanze con le pareti a specchio: basta un piccolo cambio di luce o di angolazione per vederci dentro due mondi opposti, o scoprire che uniscono ciò che credevamo distanti.
    ​È affascinante come hai accostato il
    “mitra “, lo strumento dal ritmo sincopato e letale, alla “mitra”, il copricapo sacro del vescovo.

    ​Da una parte, un suono monotono che toglie la vita (“ta-ra-ta-ta”).
    ​Dall’altra, un simbolo che dovrebbe elevare lo spirito, e che eppure, storicamente, si è trovato spesso intrecciato a quella “rima con contesa”che citi.
    ​Due parole identiche nel suono, ma nate da radici lontane (l’una dal nome del suo inventore, l’altra da un’antica fascia persiana). Eppure, accostate così, sembrano quasi svelare un’ironia sottile e amara della storia.
    ​Il tuo esempio del pastore è la dimostrazione perfetta di come la lingua si diverta a ingannarci.
    ​C’è il “pastore ” che guida il gregge, una figura che profuma di terra, cura e tradizioni millenarie.
    ​E c’è lo scienziato Louis Pasteur, da cui deriva la “pastorizzazione” del latte.

    ​Due strade storiche ed etimologiche completamente diverse che, per puro caso, si incrociano nello stesso identico scenario: il latte, la cura, il nutrimento. Sembra un destino scritto, ma è solo la meravigliosa casualità delle parole.
    È bellissima e mi ha entusiasmata
    ​La tua riflessione sul “narcisista ” scava invece sotto la superficie del mito:

    “È chi si ama troppo o chi si sopporta?
    Chi non è capace di cambiare o chi ha imparato a restare?”
    Spesso si pensa al narcisismo come a un eccesso di amore per se stessi, ma la psicologia ci dice che, molto più frequentemente, è il riflesso di una profonda fragilità, un’incapacità cronica di accettarsi che costringe a costruire una corazza rigida. Chi non cambia, a volte, non lo fa per forza o coerenza, ma perché terrorizzato da ciò che troverebbe se provasse a smontare quella facciata. È un continuo, faticoso “sopportarsi” sotto le spoglie di un piedistallo.

    ​Ogni parola ha davvero due storie: quella del dizionario e quella che le cuciamo addosso noi, con le nostre esperienze, i nostri silenzi e le nostre mancanze.

    ​L’immagine finale che lascia, quella del “nome che abbiamo e di quello che avremmo voluto”, apre una finestra immensa. Il nome che ci portiamo dietro è un abito scelto da altri; quello che avremmo voluto è, forse, la prima vera poesia che avremmo scritto su noi stessi.
    Ho visto che hai postato troppi articoli, ma il mio tempo è esiguo, posso solo commentare ciò di cui mi sento ferrata, ad esempio dove si parla di animali , non riesco a dire nulla.Comunque troppi articoli insieme.Buona Serata Giovanni…poi mi dici se avessi scelto tu il nome come ti saresti voluto chiamare?
    Un abbraccio ciao.Il commento è troppo lungo…Mi dispiace ma non ho potuto elidere nulla!

    1. Grazie davvero, commento bellissimo e lucidissimo. Hai colto esattamente il punto: le parole sembrano immobili, ma basta spostarle di pochi millimetri e diventano trappole, ponti, specchi, ferite.

      E hai ragione anche sugli articoli: ogni tanto mi parte il mitra… ma quello dei post 😅 Cercherò di dosarmi meglio.

      Sul nome… bella domanda. Forse non avrei scelto un nome diverso: alla fine “Giovanni” me lo sono dovuto abitare col tempo. Però, se avessi potuto scegliere il nome della mia parte più vera, forse sarebbe stato proprio Fuoconero: qualcosa che brucia, ma senza voler fare luce a tutti i costi.

      Un abbraccio grande ❤️

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