“Uno strumento che sempre dà
la stessa nota:
ta-ra-ta-ta.”
Un dispenser di morte, in pratica.
“Mitra.”
Anche il copricapo papale
si chiama così.
In fondo, spesso chiesa
ha fatto rima con contesa.
In realtà lo fa anche adesso.
Le parole, a volte,
sembrano raccontare storie
più grandi di loro.
Il fatto che un pastore
pastorizzi il latte
sembra sovrapponibile,
ma le strade che li hanno portati lì
sono diverse.
“Narcisista.”
È chi si ama troppo
o chi si sopporta?
Chi non è capace di cambiare
o chi ha imparato
a restare?
Non lo so.
So solo che ogni parola
può avere due storie.
Come il nome che abbiamo
e quello che avremmo voluto…
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Le parole sono come stanze con le pareti a specchio: basta un piccolo cambio di luce o di angolazione per vederci dentro due mondi opposti, o scoprire che uniscono ciò che credevamo distanti.
È affascinante come hai accostato il
“mitra “, lo strumento dal ritmo sincopato e letale, alla “mitra”, il copricapo sacro del vescovo.
Da una parte, un suono monotono che toglie la vita (“ta-ra-ta-ta”).
Dall’altra, un simbolo che dovrebbe elevare lo spirito, e che eppure, storicamente, si è trovato spesso intrecciato a quella “rima con contesa”che citi.
Due parole identiche nel suono, ma nate da radici lontane (l’una dal nome del suo inventore, l’altra da un’antica fascia persiana). Eppure, accostate così, sembrano quasi svelare un’ironia sottile e amara della storia.
Il tuo esempio del pastore è la dimostrazione perfetta di come la lingua si diverta a ingannarci.
C’è il “pastore ” che guida il gregge, una figura che profuma di terra, cura e tradizioni millenarie.
E c’è lo scienziato Louis Pasteur, da cui deriva la “pastorizzazione” del latte.
Due strade storiche ed etimologiche completamente diverse che, per puro caso, si incrociano nello stesso identico scenario: il latte, la cura, il nutrimento. Sembra un destino scritto, ma è solo la meravigliosa casualità delle parole.
È bellissima e mi ha entusiasmata
La tua riflessione sul “narcisista ” scava invece sotto la superficie del mito:
“È chi si ama troppo o chi si sopporta?
Chi non è capace di cambiare o chi ha imparato a restare?”
Spesso si pensa al narcisismo come a un eccesso di amore per se stessi, ma la psicologia ci dice che, molto più frequentemente, è il riflesso di una profonda fragilità, un’incapacità cronica di accettarsi che costringe a costruire una corazza rigida. Chi non cambia, a volte, non lo fa per forza o coerenza, ma perché terrorizzato da ciò che troverebbe se provasse a smontare quella facciata. È un continuo, faticoso “sopportarsi” sotto le spoglie di un piedistallo.
Ogni parola ha davvero due storie: quella del dizionario e quella che le cuciamo addosso noi, con le nostre esperienze, i nostri silenzi e le nostre mancanze.
L’immagine finale che lascia, quella del “nome che abbiamo e di quello che avremmo voluto”, apre una finestra immensa. Il nome che ci portiamo dietro è un abito scelto da altri; quello che avremmo voluto è, forse, la prima vera poesia che avremmo scritto su noi stessi.
Ho visto che hai postato troppi articoli, ma il mio tempo è esiguo, posso solo commentare ciò di cui mi sento ferrata, ad esempio dove si parla di animali , non riesco a dire nulla.Comunque troppi articoli insieme.Buona Serata Giovanni…poi mi dici se avessi scelto tu il nome come ti saresti voluto chiamare?
Un abbraccio ciao.Il commento è troppo lungo…Mi dispiace ma non ho potuto elidere nulla!
Grazie davvero, commento bellissimo e lucidissimo. Hai colto esattamente il punto: le parole sembrano immobili, ma basta spostarle di pochi millimetri e diventano trappole, ponti, specchi, ferite.
E hai ragione anche sugli articoli: ogni tanto mi parte il mitra… ma quello dei post 😅 Cercherò di dosarmi meglio.
Sul nome… bella domanda. Forse non avrei scelto un nome diverso: alla fine “Giovanni” me lo sono dovuto abitare col tempo. Però, se avessi potuto scegliere il nome della mia parte più vera, forse sarebbe stato proprio Fuoconero: qualcosa che brucia, ma senza voler fare luce a tutti i costi.
Un abbraccio grande ❤️
Buonanotte Gianni e sogni belli !!!