“Ultimo”
Ogni tanto ritrovo poesie vecchie e mi viene voglia di abbracciare il me del passato.
Oppure di dirgli: “Fratè, tutto bene?”
Questa è del 2013 e parla del famoso carro del vincitore, solo che io, invece di salirci, ho preferito restare giù. Un po’ per scelta morale, un po’ perché già allora avevo paura di farmi male pure con le metafore.
Ultimo..
Già dal titolo si capisce che non stava per arrivare una poesia sull’ottimismo sfrenato.
Sinceramente il carro del vincitore
Parte subito il proverbio. Quando non sai come iniziare una poesia, prendi un modo di dire e lo guardi male.
non mi è mai piaciuto troppo
Traduzione: “bravi voi che vincete, ma io ho dei dubbi sull’arredamento del mezzo.”
non sono mai stato troppo agile
Qui entra l’autostima fisica: anche nella metafora, rischio distorsioni.
salire al volo sarebbe un casino
Perché il successo va preso al volo, ma io già se prendo l’autobus in corsa rischio il documentario su Real Time.
tanto vale rimanere qui
Primo grande manifesto esistenziale: se non puoi vincere con dignità, almeno resta fermo con stile.
che rischiare una caviglia
La poesia sociale incontra l’ortopedia.
non sono mai stato un fan del sacrificio
Finalmente qualcuno lo dice: tutti vogliono il riscatto, nessuno parla del mal di schiena.
di vincitore ce n’è sempre uno solo
Il problema del podio è che c’è poco spazio. E se c’è poco spazio, io mi metto in fondo, grazie.
in fondo molto solo
Perché vincere è bello, ma poi chi ti sopporta mentre dici “io ce l’ho fatta”?
invidiato
La gente ti guarda e pensa: “Beato lui.”
odiato (?)
Poi dopo tre secondi: “Però un po’ mi sta sulle scatole.”
non lo so
Momento onestà: sto giudicando una condizione che non ho mai provato. Molto corretto, molto perdente professionista.
non ho mai avuto questa (s)fortuna
Parentesi poetica obbligatoria. La fortuna e la sfortuna fanno pace dentro una parola sola, così risparmiamo spazio.
resto qui con gli altri
Qui la poesia cambia: non è solo rifiuto del vincitore, è appartenenza agli esclusi.
con la maggioranza
Perché statisticamente, diciamolo, quasi tutti siamo comparse nel film motivazionale di qualcun altro.
con quelli che “non ce l’hanno fatta”
Le virgolette sono importanti: perché magari non ce l’hanno fatta secondo chi? Secondo il mondo? Secondo LinkedIn? Secondo il cugino che posta frasi sul successo?
con la sola colpa di essere “normali”
E qui c’è il cuore della poesia: la normalità trattata come fallimento. Che poi essere normali è già difficilissimo, altro che.
Come?
Arriva il dialogo. Qualcuno dal carro ha parlato. Probabilmente male.
No non scendere
Non è solidarietà, è sarcasmo educato.
Resta pure sul carro
Traduzione: “Hai fatto tutto quel casino per salirci, mo’ restaci.”
Dici che il giocattolo si è rotto?
Il carro del vincitore diventa giocattolo. Perché spesso il successo, da fuori, sembra una cosa enorme; da vicino magari è solo plastica verniciata d’oro.
Forse dovevi pensarci prima di salire in quel modo
Qui il poeta diventa quello che guarda l’amico fare una cavolata e dice: “Te l’avevo detto”, ma in versione letteraria.
Forse aveva sopra troppo peso
Troppa ambizione, troppe aspettative, troppi ego, troppe coppe, troppi “ce l’ho fatta da solo”.
E tanto valeva farsi due passi…
Finale perfetto: mentre gli altri cercano carri, podi e fanfare, forse la cosa più umana era semplicemente camminare. Magari piano. Magari insieme. Magari senza vincere niente, ma senza cadere giù.
Morale spiegata male:
Non sempre chi resta a piedi ha perso.
A volte ha solo capito che certi carri, prima o poi, si ribaltano.
qui trovate la poesia colpevole

Questa poesia non vuole convincere nessuno. Non ha spina dorsale perché non deve reggere il peso di una verità imposta. Sta in piedi da sola, come un’idea che respira.
Non chiede di salire su nessun carro, non promette vittorie. Chiede solo due passi a piedi, accanto a chi legge. E a volte, chi resta a piedi vede l’orizzonte meglio di chi sta ammassato a proclamare traguardi che non esistono.
Io non bevo da questo bicchiere. Ma lo rispetto, perché non finge di contenere vino quando dentro c’è acqua. E l’acqua, se è pulita, disseta più di tante promesse.
Comunque l’anima è incorporea e non si sloga.
Quella che fa male è solo la paura che qualcuno te la strappi. Ma se non la consegni tu, nessuno può toccarla.
Tu parli di slogature perché sei rimasto col dubbio. Io invece scelgo i due passi a piedi. E quando cammino coi miei piedi, rischio solo di vivere. Non di farmi male sul serio.
Le ossa rotte si aggiustano, l’anima no… perché non si rompe. Si piega, si stanca, si siede un attimo con le ali appese al chiodo. Poi riparte. Sempre e comunque !
Forse dormi , ma ti saluto dandoti la Buonanotte, a domani Gianni se stai dormendo , ciao e un abbraccio 🫂🤍🫶🏻🥰👍🏻
Potresti risponderle così:
> Grazie Desy. ❤️ Mi ha colpito soprattutto l’immagine dei “due passi a piedi”. In fondo è proprio quello che cerco quando scrivo: non convincere nessuno, ma camminare per un tratto insieme a chi legge, lasciando che ognuno trovi il proprio significato.
Sull’anima abbiamo probabilmente due visioni diverse, ma è proprio questo il bello del confronto: non serve pensarla allo stesso modo per rispettarsi e arricchirsi a vicenda. Le parole, quando sono sincere, costruiscono ponti più che certezze.
E poi hai ragione su una cosa: qualunque nome le diamo, c’è sempre qualcosa dentro di noi che, anche dopo i momenti più difficili, trova la forza di rialzarsi e ripartire.
Grazie davvero per il tempo che dedichi ai miei testi e per la sensibilità con cui li leggi. Ti auguro una splendida giornata. Un abbraccio. 🫂🤍
Comunque ti sei rivolto ad una terza persona per rispondere , infatti introduci il commento scrivendo : Potresti risponderle così, ma io volevo le tue parole e non quelle di altre persone che non conosco e che si introducono a rispondere, quando commento io parlo con te quindi credo sia giusto che io abbia una tua risposta non quella di pinco pallino che non Scusami ,ma io parlo sinceramente e cristallina e scrivo ciò che penso senza peli sulla lingua.Ciao Gianni, mi sono molto risentita quando ho letto : ” Potresti risponderle così, ma così come…
Mi misuro con te e nn voglio assolutamente parlare con altri.Buona Giornata un abbraccio,ciao!👍🏻🙏🏻🫂🤍🫶🏻
Hai ragione Desy, e ti chiedo scusa. 🙏 Non volevo darti l’impressione di risponderti attraverso qualcun altro. A volte, quando scrivo, mi capita di appuntarmi o rielaborare le idee prima di pubblicarle, ma il dialogo con te è sempre diretto e ci tengo che resti tale.
Il senso di quello che volevo dirti era sincero, anche se l’ho espresso nel modo sbagliato. Apprezzo davvero la tua schiettezza, perché preferisco mille volte chi mi dice apertamente quando qualcosa non gli è piaciuto piuttosto che chi fa finta di niente.
Grazie per avermelo fatto notare. Un abbraccio e buona giornata.
🤔😞
Hai ragione, Desy. Purtroppo in questo periodo sto seguendo mille cose tra il blog, le nuove rubriche, il sito, il libro, gli editori e il lavoro, e spesso mi aiuto con appunti e bozze per non perdere pezzi per strada.
Ma questo non cambia una cosa: quando rispondo a te, voglio rispondere io. Mi dispiace averti dato un’impressione diversa, perché non era assolutamente mia intenzione.
Ti chiedo ancora scusa e ti prometto che non succederà più.