Mi sento pieno
ma di nulla.
Forse ho fame d’altro.
Di qualcuno che mi capisca,
di qualcosa che mi somigli
almeno un po’.
Perché finora
mi hai riempito di parole vuote,
di silenzi con una massa infinita,
di buchi neri emotivi.
Forse è per questo
che ho un buco allo stomaco.
E forse è per questo
che i giorni sono relativi:
né veloci né lenti,
solo adattabili
ai miei stati d’umore,
che cercano di stare al passo coi tuoi
fallendo miseramente.
Allora vomito
tutte quelle parole vuote.
Il mio peso non è cambiato,
ma la mia mente
è finalmente vuota.
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“Mi sento pieno, ma di nulla”. Sensazione molto comune, purtroppo…
Ps: se ti va comunque, oltre a Daydream on a Bookshelf, hi anche un blog interamente dedicato all’editoria e ai miei studi che si chiama Diario di una bibliofila divergente, se non lo trovi fammi sapere, che ti lascio il link
Grazie davvero.
Sì, purtroppo quella sensazione credo appartenga a molti più di quanto sembri: sentirsi pieni, ma di qualcosa che non nutre davvero.
Ti seguo già anche su Diario di una bibliofila divergente, mi pare di averti trovata anche lì. Comunque grazie per avermelo detto, fa sempre piacere scoprire spazi dove i libri vengono trattati con cura e passione.
Ah ecco, se mi segui già su entrambi ben venga 😁
Pieni di cose vuote ma bisognosi di qualcosa che sappia veramente riempirci e renderci vivi. In un certo senso è qualcosa di molto attuale ora più che mai.
Sì, è proprio questo.
Siamo pieni di stimoli, notifiche, parole, rumore, ma spesso manca qualcosa che abbia davvero peso, qualcosa che ci nutra invece di distrarci soltanto.
Forse oggi il vuoto non è assenza: è eccesso di cose che non restano.
Ed è lì che nasce quella fame strana, quella di sentirsi finalmente vivi davvero.
Ciao Gianni qui giochi con un contrasto fisico e psicologico molto forte: il paradosso di sentirsi “pieni di nulla”. È quella sensazione di saturazione emotiva dove non è il troppo amore a soffocarti, ma troppa assenza, troppe aspettative mancate.
Qui stai usando un linguaggio quasi scientifico per descrivere il dolore:
Qualcosa che divora tutto ciò che ha intorno senza restituire nulla.
I giorni non hanno una velocità propria, ma si deformano in base allo stato d’animo, proprio come lo spazio-tempo vicino a una massa pesante.
“Il Bisogno di “Somiglianza”
dove dici: ~ qualcosa che mi somigli / almeno un po’.~
È un grido di solitudine profonda. Spesso cerchiamo qualcuno che ci completi, ma qui tu cerchi qualcuno che ti “specchi “. Il fallimento nel “tenere il passo” con l’umore dell’altro suggerisce una relazione asimmetrica, dove uno dei due si annulla per inseguire i ritmi dell’altro.
L’atto del~ “vomitare”~ le parole vuote è violento, ma necessario.
Non è un gesto di sconfitta, ma di liberazione. Il fatto che il peso non sia cambiato, ma la mente sia finalmente vuota, indica che quel “vuoto” finale non è quello angosciante dell’inizio, ma uno spazio pulito, una tabula rasa da cui ricominciare.
È una poesia che descrive perfettamente quel momento in cui decidi che smettere di provare a “riempirsi” di una persona sbagliata è l’unico modo per tornare a respirare.
Questa poesia l’ ho trovata carica di senso e non so se hai bisogno di aiuto e comunque alla fine la soluzione c’è.
Sereno pomeriggio Gianni e complimenti !
🤍👍🏻🫶🏻🤗🙏🏻
Grazie davvero. Hai letto dentro la poesia con una delicatezza rara.
Quel “pieni di nulla” era proprio questo: non il vuoto semplice, ma un vuoto che pesa, che occupa spazio, quasi avesse una sua gravità. E sì, a volte scrivere serve proprio a vomitare fuori parole che dentro diventerebbero veleno.
Non ti preoccupare per me: sto bene, o comunque sto imparando a stare dentro certe cose senza farmi divorare. La soluzione, forse, è proprio questa: smettere di chiedere somiglianza a chi non può restituircela, e tornare piano piano a somigliare a noi stessi.
Grazie per le parole e per l’attenzione vera. Sereno pomeriggio anche a te.