Un fiammifero accende il silenzio.
La fiamma si piega, respira, mi guarda.
C’è odore di cenere e di passato, e io resto fermo — senza più paura.
Ogni volta che accendo il fuoco, sembra che la notte si apra in due.
Da una parte quello che ero, dall’altra quello che non sono riuscito a essere.
Davanti a me, una vecchia fotografia.
Lei sorride, e io pure, ma non so più se era felicità o solo l’abitudine di provarci.
Non la vedo da anni, eppure sento ancora la sua voce quando il vento si infila tra le persiane.
Decido che è arrivato il momento di lasciarla andare davvero.
Appoggio il fiammifero sulla foto, e il fuoco fa il resto.
La carta si piega, la plastica si arriccia,
il volto si contorce per un istante e poi si dissolve.
Riesco a vedere ogni stella sopra di me,
nonostante la fiamma che balla — come se fosse un cuore che non vuole smettere di battere.
Potrei anche non bruciarmi le dita, ma non ci riesco.
È più forte di me: devo sentire che fa male per sapere che è reale.
È divertente, in fondo, giocare con la vita.
Quando la fotografia cade nel braciere, si deforma in qualcosa di nuovo.
Una curva, un profilo… sembra quasi scolpita.
Penso che il fuoco, a modo suo, sia un artista: distrugge per rivelare la forma vera delle cose.
E per la prima volta da tanto, non mi spaventa.
Mi scalda.
Mi tiene compagnia.
Le lacrime evaporano prima ancora di nascere.
Resto lì, a guardare le scintille salire — minuscole stelle in fuga.
E mentre il vento le porta via, mi rendo conto che sto sorridendo.
Non perché non fa male, ma perché ho capito che posso ancora sentire.
Che tutto ciò che ho perso mi ha insegnato a respirare diversamente.
Metto le mani nella cenere, la passo sul viso.
Mi sporco le dita e l’anima di quello che il tempo mi ha tolto,
ma dentro di me non c’è più rabbia.
Solo una calma strana, come se finalmente avessi fatto pace con il fuoco.
Non prego più i santi, non aspetto segni.
Ringrazio quello che resta.
Le cicatrici, i fallimenti, i silenzi — tutto.
Perché ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa che nessun miracolo avrebbe potuto darmi.
Ora la fotografia è solo cenere,
ma nella cenere vedo una strada illuminata.
Forse il futuro non è un posto,
ma un modo di guardare le cose che bruciano senza averne paura.
E mentre la notte si spegne piano,
mi accorgo che dentro —
brucia ancora qualcosa di umano.
