
Io mi appoggio qui.
Non per fermarmi, ma perché correre non serve.
La fretta non ha mai costruito nulla, ha solo eroso la memoria delle cose.
La vita mi passa davanti con la calma di chi sa che tanto vince sempre lei.
Dall’alba dei tempi la storia ha premuto l’acceleratore, e io non sono mai riuscito a immettermi nel flusso.
Mi manca il flow, come dicono quelli che non sanno più stare fermi.
Eppure — mi dico — siamo tutti fatti della stessa carne del tempo.
Siamo tempo.
O, più precisamente, i suoi escrementi: quello che resta dopo che ci ha masticati, ingoiati e risputati.
Quando ci va bene, finiamo sputati; quando va male, usciamo dalla parte sbagliata della storia.
Provo a saltare nel fiume, ma cado in un tritacarne fatto di carne.
Di ossa, di polvere, di epoche.
Quelle ossa dure che chiamano “l’ossatura della realtà”.
Alzo il mio corpo fatto di universo, con molta fatica.
Ogni muscolo ricorda un’era geologica, ogni respiro un errore cosmico.
Mi guardo intorno e capisco che la memoria è l’unico organo che non possiamo trapiantare.
Quando svanisce, non basta svitare quattro viti e cambiare disco:
non funziona come un hard disk, non puoi installare un nuovo passato.
Ci serve qualcosa di più profondo.
Il confine tra software e hardware.
Tra corpo e anima.
Tra realtà e universo.
E forse è proprio lì — in quella linea invisibile che ci attraversa —
che il tempo, per un attimo, ci riconosce.




Lascia un commento