Il problema di un trapianto di fegato è quasi offensivamente semplice.
Per trapiantare un fegato serve un fegato.
Serve un donatore. Serve un intervento chirurgico enorme. E serve che il paziente sia abbastanza stabile da poterlo affrontare.
Al MIT stanno lavorando a un’idea completamente diversa: invece di sostituire necessariamente l’intero organo, provare ad aggiungere al corpo abbastanza tessuto epatico funzionante da recuperare almeno parte delle funzioni perdute.
Un fegato che non deve stare nel fegato
I ricercatori hanno sviluppato piccoli innesti costituiti da cellule epatiche umane associate a microsfere di idrogel. Le microsfere aiutano le cellule a rimanere insieme durante l’iniezione e a formare una struttura stabile una volta entrate nel corpo.
La parte più sorprendente è che un tessuto epatico supplementare non deve necessariamente trovarsi dentro il fegato originale per svolgere alcune funzioni epatiche. Deve soprattutto trovare spazio, nutrienti e un collegamento con il sistema vascolare.
Negli esperimenti sui topi, i vasi sanguigni sono cresciuti vicino agli epatociti iniettati. Le cellule sono rimaste vitali per almeno due mesi e hanno prodotto numerosi enzimi e proteine normalmente prodotti dal fegato.
Se l’organo non riesce più a fare abbastanza lavoro, forse un giorno non dovremo sostituirlo tutto. Potremmo aggiungergli capacità altrove.
Il fegato satellite
È da qui che nasce l’immagine dei “satellite livers”: piccoli innesti epatici collocati in altre zone del corpo e collegati alla circolazione, capaci in prospettiva di svolgere parte del lavoro che l’organo malato non riesce più a sostenere.
Potrebbero teoricamente diventare un ponte in attesa di un trapianto, oppure una strategia per aumentare temporaneamente la funzione epatica in alcuni pazienti.
No: non abbiamo eliminato i trapianti
Qui bisogna fermare immediatamente la fantascienza.
Il lavoro è stato condotto sui topi. Rimangono problemi importanti: quante cellule siano necessarie nell’essere umano, quanto grandi possano diventare gli innesti, quanto a lungo possano funzionare, come evitare il rigetto e soprattutto da dove ottenere quantità sufficienti di cellule epatiche.
Un fegato vero è inoltre un organo estremamente complesso, composto da diversi tipi cellulari e capace di centinaia di funzioni. Questi innesti non sono oggi un sostituto equivalente.
Forse abbiamo pensato agli organi nel modo sbagliato
Ed è proprio questo a rendere la ricerca interessante per NATURAL…MENTE.
Per secoli abbiamo pensato a un organo come a un pezzo unico: se si rompe, proviamo a curarlo; se non possiamo curarlo, quando possibile lo sostituiamo.
L’ingegneria dei tessuti introduce una terza possibilità: distribuire una funzione biologica. Non costruire subito una copia perfetta dell’organo, ma creare tessuti capaci di prendere in carico una parte del suo lavoro.
Il futuro dei trapianti potrebbe non essere soltanto costruire un organo nuovo.
Potrebbe essere scoprire quanto poco “organo” serve per restituire abbastanza funzione da salvare una vita.
La funzione prima della forma
C’è un principio che attraversa molta medicina rigenerativa: per aiutare un organismo non è sempre necessario ricostruire subito una copia perfetta della struttura originale. In alcuni casi la prima domanda può essere più pragmatica: quale funzione manca, e quanto tessuto funzionante serve per recuperarla almeno in parte?
È un cambio di prospettiva notevole. Un organo non è soltanto la sua forma anatomica; è una rete di cellule, segnali, scambi e funzioni. Gli innesti sperimentali descritti in questo lavoro non cancellano la complessità del fegato, ma permettono di studiare se una parte di quella funzione possa essere ricostruita in modo distribuito. Prima ancora di diventare una terapia, è un modo diverso di formulare il problema.




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