«Chissà se bisognerà abbonarsi per vedere morire un uomo.»
È una battuta. Di quelle che ti vengono in mente perché la realtà, ogni tanto, ha già superato il limite oltre il quale la satira riesce a starle dietro. Poi ci pensi meglio, e smetti di ridere. Perché una cosa che dovrebbe sembrare il soggetto di un film distopico è diventata una proposta discussa sul serio.
Negli Stati Uniti, il Pentagono ha annunciato l’intenzione di trasmettere in diretta streaming un’esecuzione militare. Non un film, non una ricostruzione, non la ripresa clandestina di un fatto di cronaca. L’esecuzione di una persona, organizzata dallo Stato, pensata anche per essere vista da un pubblico che non si trova lì.
E allora la domanda non è soltanto che cosa pensiamo della pena di morte. È un’altra, molto meno comoda: che cosa diventa la giustizia quando la trasformiamo in uno spettacolo?

La notizia: una fucilazione davanti alle telecamere
Il caso riguarda Nidal Malik Hasan, ex maggiore e psichiatra dell’esercito americano. Il 5 novembre 2009, nella base militare di Fort Hood, in Texas, uccise tredici persone e ne ferì trentadue. È stato condannato a morte nel 2013. Dietro quei numeri ci sono vittime, sopravvissuti, famiglie e vite spezzate: non devono diventare una nota a margine mentre discutiamo del destino del responsabile.
Secondo le notizie diffuse l’8 e il 9 ottobre 2026, per Hasan è stata indicata una esecuzione mediante plotone d’esecuzione il 3 dicembre 2026. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto l’idea di mostrarla pubblicamente, presentando la visibilità della punizione come un modo per far comprendere le conseguenze di un crimine così grave.
Attenzione però a un dettaglio decisivo: alla data dell’11 ottobre 2026, la trasmissione non è una certezza definitiva. Dopo gli annunci del Pentagono, Donald Trump ha dichiarato che la decisione finale sulla diretta spetterà a lui. Inoltre non si possono escludere ostacoli e rinvii giudiziari. Non risultano confermati una piattaforma, un eventuale prezzo d’accesso o modalità tecniche della trasmissione.
Dunque il fatto verificato è questo: esiste una proposta concreta, annunciata pubblicamente, di trasformare un’esecuzione in una diretta. Ed è già abbastanza per ragionarci.
Il Colosseo non aveva bisogno del Wi-Fi
Siamo abituati a raccontare l’umanità come una lunga marcia verso il progresso. Abbiamo costruito ospedali, scritto carte dei diritti, messo in discussione pratiche che per secoli sembravano normali. Eppure alcune pulsioni non spariscono: imparano soltanto a vestirsi in modo diverso.
Nell’antica Roma, l’arena era anche il luogo delle esecuzioni pubbliche. La folla poteva assistere alla morte come parte di un rito collettivo. Non era soltanto crudeltà individuale: c’erano il potere, la punizione, la gerarchia, il messaggio rivolto a chi guardava. Mostrare ciò che accade a chi trasgredisce è stato, per secoli, uno strumento del potere.
Non serve nemmeno attraversare due millenni. Negli Stati Uniti, nel 1936, l’impiccagione pubblica di Rainey Bethea a Owensboro, nel Kentucky, attirò migliaia di spettatori e viene spesso ricordata come l’ultima grande esecuzione pubblica americana. La cronaca dell’epoca racconta una folla enorme. Col passare del tempo, anche l’atmosfera da spettacolo contribuì a far considerare quelle scene qualcosa da abbandonare.
E adesso? Una tribuna può essere sostituita da milioni di piccoli schermi. La distanza fisica scompare. Non devi uscire di casa. Puoi restare seduto sul divano, tenere una tazza in mano, magari interrompere per rispondere a un messaggio. La tecnologia non crea il desiderio di guardare, ma può rendere immensamente più facile soddisfarlo.
Punizione, trasparenza o spettacolo? Non sono sinonimi
Chi difende l’idea della trasmissione può avanzare due ragioni comprensibili: mostrare in modo trasparente come lo Stato applica una sentenza e rendere evidente a chi potrebbe commettere crimini gravissimi quale punizione lo attende. È una posizione che merita di essere esaminata, non liquidata con uno slogan.
Ma c’è una distinzione che rischiamo di perdere. Permettere controlli indipendenti su un’esecuzione non significa necessariamente offrirla come contenuto a un pubblico illimitato. Giornalisti, legali, testimoni autorizzati e organismi di vigilanza possono documentare procedure e abusi senza rendere la morte un evento di massa. La trasparenza è una funzione della democrazia; il voyeurismo è un comportamento del pubblico. Possono sovrapporsi, ma non sono la stessa cosa.
E le famiglie delle vittime? Anche qui non esiste una voce unica da attribuire a tutti. Per alcuni, assistere può rappresentare una forma di chiusura; per altri, la spettacolarizzazione può riaprire ferite e spostare ancora una volta l’attenzione dal dolore delle vittime all’uomo che lo ha provocato. Sarebbe sbagliato presumere che un’intera comunità desideri lo stesso spettacolo.
Si può essere favorevoli alla pena capitale e contrari alla sua trasmissione. Si può essere contrari a entrambe. Si può chiedere maggiore controllo pubblico sulle procedure senza volerne fare un intrattenimento. Sono questioni collegate, ma distinte.
L’effetto deterrente: siamo sicuri di sapere come funziona?
La giustificazione più immediata è semplice: se qualcuno vede che cosa gli succederà, forse ci penserà due volte prima di commettere lo stesso crimine. Il problema è che, in questo campo, la semplicità del ragionamento non coincide con la solidità delle prove.
Nel 2012, il National Research Council delle National Academies statunitensi ha esaminato gli studi disponibili sulla pena di morte e gli omicidi. La conclusione non è stata «funziona» né «non funziona»: la ricerca disponibile non permetteva di stabilire in modo affidabile se la pena capitale diminuisse, aumentasse o non modificasse il numero degli omicidi.
Questo non dimostra che la pena di morte sia incapace di scoraggiare qualcuno. Dimostra che non possiamo vendere la deterrenza come una certezza scientifica. E soprattutto non abbiamo prove che aggiungere una telecamera e milioni di spettatori renda quella punizione più efficace.
Ma a questo punto arriva una domanda ancora più scomoda. Non quella che ci aspettiamo, bensì il suo contrario.

E se qualcuno non venisse spaventato, ma attirato?
Immaginiamo una persona che non ragioni come vorremmo. Una persona ossessionata dall’idea di essere vista, ricordata, nominata; qualcuno per cui il riconoscimento pubblico, perfino nella forma più terribile, sia diventato più importante della propria vita. Non sto parlando genericamente di persone con problemi di salute mentale: una diagnosi non equivale alla violenza, e usare «pazzi» per spiegare ogni crimine ci farebbe perdere proprio ciò che dobbiamo capire.
Sto parlando della ricerca della notorietà come possibile motivazione di certi autori di violenze estreme. È un fenomeno su cui la ricerca si è interrogata. Uno studio del 2019 di Jason R. Silva ed Emily Ann Greene-Colozzi ha analizzato attentatori di stragi che cercavano fama e la copertura mediatica ricevuta. Un lavoro pubblicato nel 2023 su PNAS ha esaminato come alcuni aggressori alla ricerca di notorietà tentassero di rendere i propri attacchi differenti da quelli precedenti.
Attenzione: nessuno di questi studi dimostra che una diretta di un’esecuzione indurrebbe qualcuno a uccidere per essere giustiziato in mondovisione. Sarebbe un salto logico enorme, e non voglio farlo. Gli studi sull’eventuale effetto imitazione delle stragi, inoltre, hanno prodotto risultati non sempre concordi: diverse analisi non hanno trovato evidenza di un contagio a breve termine legato alla copertura mediatica.
Ma la questione che ne deriva è legittima. Se per alcune persone la fama conta più della paura della punizione, perché diamo per scontato che una punizione resa spettacolare produca soltanto paura? E se per qualcuno il titolo finale, l’ultima immagine, il momento in cui il mondo intero lo guarda, diventasse parte di una narrazione personale distorta?
La senatrice Murkowski: «Non regaliamogli notorietà»
Non è soltanto una riflessione astratta. Il 9 ottobre 2026, la senatrice repubblicana dell’Alaska Lisa Murkowski ha chiesto al Pentagono di rinunciare alla diretta. «Non c’è alcuna necessità di trasmettere in streaming un’esecuzione, compresa questa», ha dichiarato (traduzione dall’inglese). Secondo la senatrice, una trasmissione pubblica offrirebbe a Hasan ulteriore notorietà e contribuirebbe a costruirne l’immagine di martire. È il suo timore, non la dimostrazione di un effetto causale.
Murkowski ha aggiunto che il modo in cui si amministra la giustizia conta quanto la giustizia stessa, invitando a revocare una decisione che considera macabra. Ecco il paradosso: chi vorrebbe usare la visibilità della punizione come ammonimento potrebbe finire per offrire proprio la visibilità che qualcuno desidera. Fonte: CBS News, 11 ottobre 2026; testo delle dichiarazioni riportato dal Guardian, 9 ottobre 2026.
Nello stesso dibattito c’è chi sostiene invece che la pubblicità dell’esecuzione serva da monito: il segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin ha difeso la proposta. Al momento di questo aggiornamento, il presidente Donald Trump ha detto che la decisione finale sulla diretta sarebbe spettata a lui. Queste posizioni sono politiche e controverse; non sostituiscono i dati sull’eventuale effetto deterrente.
Non sappiamo se questo accadrebbe. Proprio per questo non dovremmo progettare una trasmissione come se conoscessimo già tutte le sue conseguenze. La prudenza non significa inventare un rischio certo: significa ammettere che esistono incentivi e reazioni umane più complessi di uno slogan.
C’è poi una cautela ulteriore: l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda da anni una comunicazione non sensazionalistica quando si raccontano morti per suicidio, perché in alcuni contesti la rappresentazione mediatica può favorire imitazione o, al contrario, prevenzione. Un’esecuzione non è un suicidio, quindi quelle evidenze non si possono trasferire automaticamente a questo caso. Ma ricordano una cosa semplice: il modo in cui mettiamo in scena la morte non è necessariamente neutrale.

Quando una tragedia diventa un contenuto
C’è un altro rischio, molto più quotidiano. Non riguarda gli assassini. Riguarda noi, quelli che guardano. O quelli che condividono. O quelli che non guardano, ma fanno comunque circolare il video per dire quanto è terribile.
In rete tutto tende a prendere la forma di un contenuto. Un’immagine viene tagliata, commentata, ripubblicata, trasformata in meme, estratta dal contesto. Il linguaggio delle piattaforme è quello dell’attenzione: ciò che trattiene lo sguardo, spesso, viaggia più lontano.
Pensiamo alle domande che sembrerebbero assurde se non fossimo già abituati a farle davanti a qualsiasi evento: quante persone si collegherebbero? Quante registrazioni circolerebbero? Ci sarebbero reazioni in diretta? Clip di pochi secondi? Titoli costruiti per attirare il clic?
Non sto dicendo che tutto questo sia stato annunciato, né che qualcuno voglia davvero vendere un abbonamento. Non risulta alcun piano confermato per monetizzare la visione. «Chissà se bisognerà abbonarsi» resta una battuta amara. Il fatto che non suoni più completamente impossibile, però, racconta qualcosa del nostro rapporto con gli schermi.
Quanto vale una morte in visualizzazioni?
Proviamo allora a fare le domande più sgradevoli. Se la diretta fosse accessibile a tutti, quante persone si collegherebbero? Milioni? E se poi il filmato venisse rilanciato ovunque, quante visualizzazioni accumulerebbe? Non lo sappiamo, e parlare già di miliardi come se fossero un dato sarebbe inventare numeri. Ma è ragionevole chiedersi quanto forte possa essere il richiamo della curiosità, dello sdegno e della vendetta quando vengono alimentati contemporaneamente.
E adesso la domanda ancora più amara: «Se per assistere alla diretta bisognasse pagare cinque euro, quante persone pagherebbero?» Non risulta alcun abbonamento né alcun biglietto digitale annunciato: è una provocazione, non un’informazione sul progetto del Pentagono. Ma la risposta, se potessimo misurarla, ci direbbe qualcosa sul valore economico che siamo disposti ad attribuire alla sofferenza altrui.
Poi viene la contraddizione delle piattaforme: chi guarda per curiosità, chi guarda per approvare, chi guarda per condannare e chi ripubblica indignato contribuisce in modi diversi alla diffusione del contenuto? Spesso sì, almeno attraverso condivisioni, discussioni e segnalazioni che attirano altra attenzione; non significa però che ogni interazione abbia lo stesso effetto o che tutti gli spettatori abbiano le stesse intenzioni. Gli algoritmi non distinguono automaticamente un applauso da un grido di disgusto quando misurano l’attenzione.
E se il mondo passasse ore a discutere dell’ultimo minuto di vita del colpevole, quante ne dedicherebbe alle tredici persone uccise e ai trentadue feriti? Chi sta davvero al centro di questo evento: le vittime, la giustizia o lo spettacolo? E quale beneficio concreto ricaverebbe la società dal poter guardare una fucilazione da casa?
E forse è questo il paradosso: volevamo eliminare la violenza dalla piazza, e rischiamo di riportarla in una piazza infinitamente più grande. Senza folla visibile. Senza rumore di passi. Senza la possibilità di capire davvero quanto male stiamo facendo a noi stessi mentre osserviamo.
Un dettaglio che non dovremmo dimenticare: le vittime
Quando discutiamo della pena, di chi la decide e di chi la guarda, il responsabile rischia di tornare al centro di tutta la storia. Era al centro delle notizie quando commise il crimine; lo diventerebbe nuovamente nell’ultimo momento della sua vita. Nel mezzo restano tredici persone uccise, trentadue ferite e una comunità segnata per sempre.
Se l’obiettivo è ricordare le vittime e rendere pubblicamente conto della giustizia, siamo sicuri che una diretta centrata sull’ultimo istante del colpevole sia il modo più rispettoso? Oppure stiamo scegliendo, ancora una volta, l’immagine più facile da vendere al nostro cervello: quella capace di scioccarci?
Non è una domanda alla quale spetti a me rispondere per i sopravvissuti. Ma è una domanda che dovremmo almeno avere il coraggio di porre loro, prima di decidere che uno spettacolo è anche un omaggio.
Il vero progresso non si misura dalla definizione dello schermo
Duemila anni fa avremmo dovuto raggiungere un anfiteatro. Oggi sarebbe sufficiente una connessione. I romani non conoscevano lo streaming, gli algoritmi o i commenti in tempo reale. Noi li conosciamo benissimo. Eppure possedere strumenti più sofisticati non garantisce di aver sviluppato una maggiore capacità di usarli con giudizio.
Forse il punto non è chiederci se lo Stato abbia il potere di punire. La legge, la giustizia e la responsabilità dei criminali hanno già un proprio terreno di discussione. Il punto è domandarci che cosa aggiunga davvero, alla giustizia, il fatto di far guardare una morte a milioni di sconosciuti.
Se la risposta è «così avranno paura», dobbiamo pretendere prove. Se è «così vedranno che cosa succede», dobbiamo chiedere perché il controllo non possa avvenire senza spettacolo. Se è «così le vittime avranno giustizia», dobbiamo ascoltare le vittime, non attribuire loro desideri che non hanno espresso.
«Abbiamo inventato schermi capaci di portarci ovunque. Ma siamo davvero sicuri che ogni cosa debba essere mostrata?»
E soprattutto, se un giorno milioni di persone si collegheranno per guardare morire un uomo, il problema sarà soltanto di chi ha deciso di trasmetterlo? O riguarderà anche il mondo che avrà deciso di guardare?
Fonti e approfondimenti
Aggiornamento dei fatti: 11 ottobre 2026. Lo streaming è una proposta annunciata e discussa, non una trasmissione già confermata in ogni dettaglio. Gli studi sulla ricerca di notorietà non dimostrano che una diretta dell’esecuzione causerebbe nuovi crimini.
- Reuters, 8 ottobre 2026 — annuncio del Pentagono, il caso Hasan e le modalità proposte.
- Associated Press — storia del caso e incertezze legali.
- Reuters, 10 ottobre 2026 — stato del dibattito e decisione ancora aperta sulla diretta.
- Associated Press — storia delle esecuzioni pubbliche negli Stati Uniti.
- National Research Council (2012), Deterrence and the Death Penalty — limiti delle prove sulla deterrenza.
- Silva e Greene-Colozzi (2019) — autori di stragi alla ricerca di notorietà.
- PNAS (2023), Fame through surprise — notorietà e violenze di massa.
- Significance (2022) — risultati cauti sul possibile effetto imitazione.
- OMS (2023) — linee guida sulla comunicazione responsabile delle morti per suicidio (tema distinto da un’esecuzione).




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