Su Internet il capibara è diventato una specie di Buddha con i baffi: galleggia, si lascia circondare da altri animali, guarda il mondo con l’espressione di chi non ha mai litigato con nessuno e sembra aver raggiunto la pace interiore prima di noi. Ma la natura, come al solito, è un po’ meno adatta ai meme.
Il capibara è davvero un animale sociale e generalmente tollerante. Questo, però, non significa che viva in una comunità senza conflitti. Dietro la faccia serafica del più grande roditore vivente ci sono gerarchie, competizione sessuale, marcature odorose, scontri fra maschi, dinamiche riproduttive sorprendenti e, in determinate condizioni, perfino infanticidio. Insomma: non è un mostro, ma nemmeno il santo patrono della convivenza pacifica che Internet ci ha venduto.

Prima di tutto: chi è davvero il capibara?
Hydrochoerus hydrochaeris è il più grande roditore vivente. È originario del Sud America e conduce una vita strettamente legata all’acqua: paludi, fiumi, lagune, pianure alluvionali e zone umide sono il suo ambiente ideale. Il corpo massiccio, le zampe parzialmente palmate e la posizione relativamente alta di occhi, orecchie e narici sono adattamenti perfetti per una vita semiacquatica.
È erbivoro e vive spesso in gruppi. Ma “vive in gruppo” non significa “sono tutti amici allo stesso livello”. Uno studio classico sul comportamento sociale dei maschi, condotto nei llanos venezuelani, descrive gruppi con una media di circa dieci adulti e 3,6 maschi adulti. Fra questi ultimi la gerarchia era stabile e lineare: qualcuno comandava, qualcuno stava sotto e la posizione sociale aveva conseguenze concrete sull’accesso al centro del gruppo e agli accoppiamenti.
Il maschio zen? Sì, finché non c’è un altro maschio
Qui il meme comincia a scricchiolare parecchio. Nello studio di Emilio Herrera e David Macdonald furono osservate 2.911 interazioni all’interno dei gruppi: il 34% coinvolgeva maschi adulti e, fra maschi adulti, le interazioni registrate erano aggressive. I maschi formavano gerarchie sorprendentemente stabili, in un caso mantenute per oltre tre anni.
Il dominante tendeva a essere più pesante dei subordinati, occupava maggiormente il nucleo centrale del gruppo e otteneva più accoppiamenti di ciascun subordinato preso singolarmente. Curiosamente, però, i subordinati sommati insieme riuscivano comunque a ottenere una quota importante di accoppiamenti: anche nel regno dei capibara, insomma, il capo non controlla proprio tutto.

Profumo di potere: il “morrillo” e le marcature
I capibara comunicano anche attraverso l’odore. Possiedono ghiandole anali e una ghiandola sebacea sul muso, particolarmente sviluppata nei maschi, chiamata comunemente morrillo. Nei llanos venezuelani i ricercatori osservarono 3.864 episodi di marcatura: i maschi marcavano più spesso delle femmine e la frequenza era legata anche al rango sociale.
Il dominante, quindi, non deve passare la giornata a menare tutti. Una parte del potere può essere comunicata chimicamente. È un sistema molto più raffinato del semplice “sono grosso, spostati”: odore, presenza, rango e comportamento costruiscono una sorta di carta d’identità sociale invisibile.
Anche le femmine hanno una gerarchia
Per molto tempo l’attenzione si è concentrata soprattutto sui maschi, ma studi in cattività hanno mostrato che anche le femmine possono organizzarsi in gerarchie di dominanza lineari. Queste gerarchie possono diventare più nette quando lo spazio disponibile per individuo diminuisce. Ancora una volta, quindi, “animale sociale” non equivale affatto a “società egualitaria”.
Ed eccoci al vero lato oscuro: l’infanticidio
Questa è la parte che va raccontata con attenzione, perché il titolo facile sarebbe: “I capibara uccidono i cuccioli”. Vero in alcuni contesti, ma detto così sarebbe fuorviante.
Uno studio pubblicato nel 1999 analizzò 64 parti di capibara allevati in cattività. I ricercatori volevano capire perché in alcuni gruppi si verificassero episodi di infanticidio. L’ipotesi che fossero soprattutto le femmine inesperte a uccidere i propri piccoli non trovò conferma. Il fattore che emerse con maggiore forza fu invece la familiarità tra le femmine adulte.
Quando nel gruppo erano presenti femmine che non erano cresciute insieme fin dallo svezzamento, alcune potevano uccidere i piccoli delle altre. Nei gruppi composti da femmine familiari tra loro il problema risultava fortemente ridotto o assente. E la cosa diventa ancora più interessante perché la società del capibara mostra anche comportamenti opposti: femmine che tollerano e proteggono piccoli non propri e casi di allattamento comunitario.

È un ottimo esempio di quanto sia rischioso dividere gli animali in “buoni” e “cattivi”. Lo stesso sistema sociale può produrre cooperazione in certe condizioni e violenza in altre.
E i maschi? Qui serve più prudenza
L’infanticidio maschile è stato preso in considerazione anche negli studi sulla dinamica delle popolazioni di capibara, soprattutto dopo la perdita o sostituzione del maschio dominante. Tuttavia le prove disponibili sono meno nette di quelle dello studio sperimentale sulle femmine in cattività. Per questo è corretto parlarne come di un comportamento riportato e considerato nei modelli ecologici, non come di una regola inevitabile ogni volta che cambia il maschio alfa.
Il sesso non è esattamente una comune hippie
Il dominante gode di un accesso privilegiato alle femmine, ma le femmine non sono semplici spettatrici passive. Studi più recenti sul corteggiamento indicano che il loro comportamento può modulare le interazioni con i maschi e suggerisce un possibile ruolo della scelta femminile anche all’interno di un sistema fortemente dominato dalla gerarchia maschile.
Poi c’è quella cosa che i meme dimenticano: mangiano… ciò che hanno già digerito
Il capibara pratica la cecotrofia. In parole semplici, produce materiale fecale particolare, ricco di nutrienti e microrganismi, che viene ingerito nuovamente. Detta malissimo: sì, mangia parte dei propri escrementi. Detta correttamente: è una strategia digestiva evolutiva estremamente utile per recuperare nutrienti da una dieta vegetale difficile da sfruttare.
Il capibara è un fermentatore dell’intestino posteriore: il cieco ospita una comunità microbica capace di lavorare il materiale vegetale. La cecotrofia permette di far passare una seconda volta nutrienti e prodotti della fermentazione attraverso l’apparato digerente. Quindi, quando vedete un capibara con lo sguardo da maestro zen, considerate la possibilità che cinque minuti prima abbia appena riciclato biologicamente la propria cena.
Quegli incisivi non sono decorativi
Normalmente il capibara non cerca rogne con gli esseri umani e i morsi sono descritti come relativamente rari. “Raro”, però, non significa “impossibile”. Esistono casi clinici di ferite umane provocate da capibara, comprese lacerazioni importanti. Un animale selvatico che sembra mansueto resta comunque un animale selvatico: può difendersi se si sente minacciato, bloccato o stressato.
Il lato oscuro che non dipende nemmeno da lui: zecche e febbre maculosa
In alcune aree del Brasile i capibara hanno un ruolo importante nell’ecologia della febbre maculosa brasiliana, una malattia trasmessa da zecche e associata soprattutto a Rickettsia rickettsii. Il punto fondamentale è non trasformare il capibara nel colpevole: non “trasmette la malattia mordendo”. Il problema nasce dal sistema ecologico formato da capibara, zecche del genere Amblyomma, batteri e ambienti adatti alla loro proliferazione.
Studi condotti nello Stato di São Paulo hanno trovato carichi di zecche molto più elevati nelle aree antropizzate endemiche per la febbre maculosa rispetto a zone non endemiche. La presenza del capibara può quindi diventare un elemento epidemiologico importante soprattutto dove habitat umani e popolazioni selvatiche si sovrappongono.
Ma allora perché sembra andare d’accordo con tutti?
La sua fama non nasce dal nulla. Il capibara è realmente gregario, trascorre molto tempo vicino ai propri simili, tollera un notevole contatto fisico e possiede un repertorio sociale complesso. I piccoli emettono fischi di isolamento che provocano una risposta rapidissima anche in adulti non imparentati; in esperimenti di playback gli adulti reagivano ai richiami dei piccoli estranei mentre ignoravano i suoni di controllo.
Questa predisposizione alla socialità può contribuire alle scene che vediamo continuamente online: capibara circondati da uccelli, scimmie, tartarughe o altri animali. Ma una fotografia non dimostra automaticamente una “amicizia interspecifica”. A volte significa semplicemente tolleranza reciproca, condivisione dello spazio o assenza momentanea di conflitto. Che, a pensarci bene, resta comunque una bella qualità.
Quando arriva il predatore, la filosofia finisce in acqua
Il rapporto strettissimo con l’acqua è anche una strategia di sopravvivenza. Il gruppo aumenta la capacità di individuare un pericolo grazie alla vigilanza e ai richiami d’allarme. Anche qui compare un dettaglio curioso della gerarchia: nello studio sui maschi, il dominante emetteva mediamente più richiami d’allarme di ciascun singolo subordinato, ma i subordinati nel loro insieme producevano la maggioranza degli allarmi del gruppo. La società del capibara, quindi, non è soltanto competizione: funziona anche come sistema collettivo di sicurezza.
Quindi il capibara è buono o cattivo?
Né l’uno né l’altro. E forse è proprio questa la parte più interessante.
La reputazione del capibara come animale calmissimo contiene un fondo di verità: è sociale, tollerante e capace di comportamenti cooperativi. Ma trasformarlo nel monaco buddhista ufficiale di Internet significa cancellare metà della sua biologia. Un capibara è anche un animale che compete per rango e riproduzione, comunica il proprio status con l’odore, può combattere, può mordere e, in circostanze particolari, può arrivare all’infanticidio.
Non è una contraddizione. È semplicemente natura. La cooperazione non elimina la competizione e la socialità non elimina la violenza. Noi vediamo un roditore gigantesco immerso nell’acqua con una papera sulla testa e pensiamo: pace universale. Lui, probabilmente, sta soltanto pensando che quella papera pesa poco e non vale la pena alzarsi.
Fonti e approfondimenti
- Herrera E.A., Macdonald D.W. – Aggression, dominance, and mating success among capybara males, Behavioral Ecology (1993).
- Nogueira S.S.C. et al. – Determination of the causes of infanticide in capybara groups in captivity, Applied Animal Behaviour Science (1999).
- Herrera E.A., Macdonald D.W. – Social Significance of Scent Marking in Capybaras, Journal of Mammalogy (1994).
- Potential female mate choice in a male dominated system: the female capybara, Journal of Mammalogy (2020).
- Nogueira-Filho S.L.G. et al. – Cecotrophy behavior and use of urea as non-protein nitrogen source for capybara (2013).
- The effects of unrelated offspring whistle calls on capybaras, Brazilian Journal of Biology.
- Capybara Bites: Report of Human Injury Caused by a Hydrochoerus hydrochaeris.
- Epidemiology of capybara-associated Brazilian spotted fever.
- Animal Diversity Web – Hydrochoerus hydrochaeris.




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