Natural…MENTE
Immagina di vivere migliaia di anni fa. Niente TAC, niente antibiotici, niente anestesia moderna. Hai ricevuto un colpo alla testa, soffri di dolori insopportabili o presenti sintomi che nessuno sa spiegare. E qualcuno decide di intervenire nel modo più radicale possibile: aprire un foro nel tuo cranio.
Sembra la premessa di un racconto horror. Invece è archeologia.
La trapanazione cranica è una delle più antiche procedure chirurgiche documentate nella storia umana. Crani con aperture intenzionali sono stati ritrovati in Europa, Africa, Asia e nelle Americhe, con casi risalenti già alla preistoria. Alcuni dei più antichi esempi con segni di guarigione appartengono a un arco cronologico compreso grosso modo tra 10.000 e 5.000 a.C.; altri studi collocano pratiche di questo tipo già tra Mesolitico ed Epipaleolitico.

La prima domanda è inevitabile: non morivano?
Spesso, sorprendentemente, no.
Il cranio protegge il cervello, ma cranio e cervello non sono la stessa cosa. Tra l’osso e il tessuto cerebrale si trovano le meningi, tra cui la resistente dura madre. Una trapanazione eseguita con sufficiente controllo poteva rimuovere una porzione dell’osso senza penetrare necessariamente nel cervello.
E gli archeologi possono capire se il paziente sopravvisse. Quando una persona resta in vita dopo l’intervento, i margini del foro cominciano infatti a rimodellarsi: l’osso mostra nuovi tessuti, bordi arrotondati e diversi gradi di cicatrizzazione. Sono vere e proprie tracce biologiche della sopravvivenza.
I numeri rendono la storia ancora più sorprendente. Una revisione dei casi italiani dell’Età del Bronzo ha identificato 33 trapanazioni in 19 individui e stimato una sopravvivenza del 79,3%. In Perù, dove sono stati studiati centinaia di crani trapanati, alcuni campioni datati tra il 1000 e il 1400 d.C. arrivano a circa il 91% di sopravvivenza a lungo termine.
Il dettaglio più incredibile non è che gli esseri umani preistorici provassero ad aprire un cranio. È che, col passare dei secoli, sembravano diventare sempre più bravi a farlo.
Come facevano senza trapano chirurgico?
Non esisteva una sola tecnica. I reperti mostrano metodi differenti: raschiamento, incisione circolare, perforazione mediante piccoli fori, taglio e abrasione.
Il raschiamento, in particolare, aveva un vantaggio intuitivo: permetteva di consumare lentamente l’osso, strato dopo strato, riducendo il rischio di penetrare improvvisamente troppo in profondità. In diversi siti andini le tecniche del taglio circolare e del raschiamento risultano associate a percentuali elevate di guarigione.
Uno studio su reperti della regione di Cuzco ha inoltre osservato che gli operatori tendevano a evitare alcune aree più pericolose del cranio e a utilizzare metodi che diminuivano la probabilità di danneggiare le meningi e i grandi seni venosi. Nel tempo, i risultati migliorano. Questo suggerisce qualcosa di molto simile a una conoscenza chirurgica costruita attraverso esperienza, errori e trasmissione pratica.
Sapevano davvero quello che stavano facendo?
Dipende da cosa intendiamo per “sapere”.
Non conoscevano neuroni, pressione intracranica, microbi o fisiologia cerebrale nel senso moderno. Ma potevano aver imparato perfettamente che raschiare lentamente in un certo punto funzionava meglio che colpire o tagliare in un altro.
Questa è conoscenza empirica: non necessariamente sapere perché una procedura funzioni, ma sapere come eseguirla con minori probabilità di uccidere il paziente.
In altre parole, non erano neurochirurghi nel senso moderno. Ma alcuni di loro dovevano possedere una notevole competenza manuale e anatomica, costruita senza libri di medicina, radiografie o strumenti di precisione.
Ma perché aprire il cranio?
Qui le certezze diminuiscono.
In diversi reperti la trapanazione è associata a traumi cranici. In questi casi una motivazione terapeutica è plausibile: rimuovere frammenti ossei danneggiati, pulire una ferita o alleviare le conseguenze di un trauma. Dal punto di vista della medicina moderna sappiamo che, in alcune condizioni, rimuovere temporaneamente una parte del cranio può ridurre una pressione pericolosa sul cervello. Sarebbe però anacronistico attribuire automaticamente ai chirurghi preistorici la nostra stessa comprensione fisiologica.
Per altri crani, invece, non esiste alcun trauma evidente. Sono state proposte molte interpretazioni: trattamento di dolori, convulsioni o altri disturbi, ma anche pratiche rituali, simboliche o religiose. Probabilmente non esiste una risposta unica: popoli diversi, in epoche diverse, possono aver praticato la trapanazione per motivi differenti.
E l’anestesia?
È una delle domande più suggestive, ma anche una delle più difficili da risolvere archeologicamente. Sono state ipotizzate sostanze vegetali con effetti analgesici o sedativi, alcol in alcune culture e altri sistemi per ridurre il dolore, ma per la preistoria le prove dirette sono spesso limitate.
Quello che possiamo dire con maggiore sicurezza è che alcune tecniche, soprattutto il raschiamento progressivo, richiedevano tempo, controllo e collaborazione. Il paziente doveva essere immobilizzato in qualche modo e l’operatore doveva riuscire a lavorare senza lesionare le strutture sottostanti. Il fatto che molti individui siano sopravvissuti indica che, almeno in alcuni contesti, tutto questo veniva fatto con una sorprendente efficacia.
Facevano pratica sugli animali?
Forse. Ed è una delle ipotesi più curiose.
Nel sito neolitico francese di Champ-Durand, datato circa 3400-3000 a.C., è stato trovato il cranio quasi completo di un bovino con un’apertura prodotta tramite tecniche estremamente simili a quelle osservate sui crani umani trapanati.
Gli studiosi hanno proposto due possibilità: potrebbe essere uno dei più antichi esempi conosciuti di chirurgia veterinaria, oppure l’animale potrebbe essere stato utilizzato per esercitarsi nella tecnica prima di applicarla agli esseri umani. Non possiamo sapere quale delle due interpretazioni sia corretta, ma entrambe raccontano qualcosa di straordinario sul livello di sperimentazione raggiunto dalle comunità neolitiche.

La trapanazione non era un caso isolato: la chirurgia antica era sorprendentemente avanzata
Se la trapanazione sembra incredibile, c’è un dettaglio ancora più importante: non era un lampo isolato di abilità. In diverse civiltà antiche esistevano tradizioni chirurgiche strutturate, con diagnosi, strumenti specifici, tecniche per ridurre fratture e lussazioni, suturare ferite e intervenire su occhi, calcoli e tessuti danneggiati. Naturalmente non erano paragonabili alla chirurgia moderna: mancavano anestesia affidabile, teoria microbica, antibiotici, imaging e controllo dell’emorragia come li intendiamo oggi. Ma il livello tecnico raggiunto, considerando i mezzi disponibili, era notevole.
Egitto: diagnosi, prognosi e trattamento dei traumi
Uno dei documenti più impressionanti è il Papiro Edwin Smith, conservato in una copia databile intorno al XVII-XVI secolo a.C. e probabilmente derivato da materiale più antico. Descrive 48 casi traumatici procedendo dalla testa verso il basso e segue uno schema quasi clinico: esame del paziente, diagnosi, prognosi e trattamento. Si parla di ferite craniche, fratture, lussazioni e lesioni della colonna; per alcune fratture vengono indicate riduzione, fasciatura e immobilizzazione con stecche.
È interessante anche il modo in cui il testo distingue i casi trattabili da quelli sui quali il medico può fare poco. Non è ancora medicina scientifica nel senso moderno, ma qui l’osservazione diretta del corpo prende chiaramente il sopravvento sulla spiegazione magica. Studi storici sul papiro mostrano inoltre descrizioni sorprendentemente precise delle lesioni e delle conseguenze neurologiche dei traumi. Approfondimento.
India: ricostruire un naso più di duemila anni fa
Nell’antica India la tradizione attribuita a Sushruta, trasmessa nel Sushruta Samhita, descrive un repertorio chirurgico vastissimo: strumenti differenti, trattamento delle ferite, fratture e lussazioni, tecniche ricostruttive e procedure sull’occhio. Il caso più celebre è la ricostruzione del naso mediante lembi di pelle, antenata della chirurgia plastica ricostruttiva. Versioni evolute del cosiddetto “metodo indiano” sarebbero rimaste in uso per secoli e furono osservate direttamente anche da medici europei in età moderna.
Le fonti descrivono inoltre una vera formazione pratica del chirurgo, con attenzione all’anatomia e agli strumenti. Alcuni dettagli cronologici sulla figura storica di Sushruta sono discussi dagli studiosi, ma il corpus testimonia senza dubbio una tradizione chirurgica altamente sviluppata nell’Asia meridionale antica. Approfondimento.
Grecia: ossa, articolazioni e cranio
Nel mondo greco, i testi del Corpus Hippocraticum descrivono con grande attenzione fratture e lussazioni. Le tecniche prevedevano trazione, manipolazione, bendaggi e immobilizzazione; alcuni trattati affrontano anche le ferite della testa e la trapanazione. Il medico non disponeva di radiografie, ma imparava a leggere il corpo attraverso posizione, deformità, dolore, movimento e palpazione.
La cosa affascinante è la continuità: molte tecniche di riduzione delle fratture descritte nella medicina greca furono riprese e sviluppate nel mondo romano e rimasero concettualmente riconoscibili per secoli. Approfondimento.
Roma: un vero arsenale chirurgico
Con i Romani il quadro diventa ancora più concreto perché, oltre ai testi, possediamo strumenti chirurgici archeologici: bisturi, sonde, uncini, pinze, aghi e strumenti specialistici. Collezioni di ferri chirurgici del I secolo d.C. mostrano che il medico romano poteva disporre di un’attrezzatura molto più diversificata di quanto suggerisca l’immagine popolare della medicina antica.
Nel De Medicina, Aulo Cornelio Celso descrive numerose procedure: trattamento delle ferite, estrazione di corpi estranei, interventi sui calcoli urinari, chirurgia delle ernie e la tecnica del couching per la cataratta, nella quale un ago veniva introdotto nell’occhio per spostare il cristallino opacizzato fuori dall’asse visivo. Era rischioso e lontanissimo dalla moderna chirurgia oculare, ma richiedeva comunque precisione anatomica e manualità. Approfondimento.
Anche la traumatologia romana era necessariamente sviluppata: guerre, incidenti e combattimenti gladiatori producevano una quantità enorme di ferite, fratture e amputazioni traumatiche. Galeno, nel II secolo d.C., lavorò per un periodo come medico dei gladiatori a Pergamo, accumulando esperienza diretta sulle ferite. Questo non significa che gli antichi avessero “scoperto” la chirurgia moderna in anticipo, ma che esisteva già una cultura tecnica del corpo, dell’intervento e della cura molto più sofisticata di quanto immaginiamo.
La vera sorpresa non è che un uomo preistorico sia sopravvissuto a un foro nel cranio. È scoprire che quel foro appartiene a una storia lunghissima di osservazione, strumenti, tentativi riusciti e conoscenze chirurgiche trasmesse per migliaia di anni.
La medicina nasce molto prima della medicina
Forse è questa la parte più affascinante della storia.
Un essere umano osserva un altro essere umano ferito. Prova qualcosa. Qualcuno sopravvive, qualcun altro no. La tecnica viene modificata. Alcune zone vengono evitate. Alcuni gesti vengono ripetuti. E, generazione dopo generazione, l’esperienza diventa conoscenza.
Non serviva sapere cosa fosse un neurone per capire che non bisognava affondare troppo lo strumento.
Non serviva conoscere i seni venosi per scoprire che operando in determinati punti il paziente moriva più spesso.
È una forma primitiva di metodo empirico: osservazione, tentativo, errore, apprendimento.
E così, migliaia di anni prima delle moderne sale operatorie, qualcuno prendeva uno strumento di pietra, si sedeva davanti a un essere umano vivo e iniziava lentamente a raschiare il suo cranio.
E, incredibilmente, molto spesso quello si rialzava.
Fonti
- Kushner DS, Verano JW, Titelbaum AR. Trepanation Procedures/Outcomes: Comparison of Prehistoric Peru with Other Ancient, Medieval, and American Civil War Cranial Surgery. World Neurosurgery, 2018. PubMed.
- Verano JW. Prehistoric trepanation in the Cuzco region of Peru: a view into an ancient Andean practice. American Journal of Physical Anthropology, 2008. PubMed.
- Gualdi-Russo E. et al. Cranial Surgery in Italy During the Bronze Age. World Neurosurgery, 2021. PubMed.
- Ramírez Rozzi F, Froment A. Earliest Animal Cranial Surgery: from Cow to Man in the Neolithic. Scientific Reports, 2018. PMC.
- Ronga M. et al. Early Medical Skull Surgery for Treatment of Post-Traumatic Osteomyelitis 5,000 Years Ago. PLOS ONE, 2015. PMC.
- Brorson S. Management of Fractures of the Humerus in Ancient Egypt, Greece, and Rome: An Historical Review. Clinical Orthopaedics and Related Research, 2009. PMC.
- Champaneria MC et al. Sushruta: Father of Plastic Surgery. Annals of Plastic Surgery, 2014. PubMed.
- The Surgery of Celsus’ De Medicina. Review storico-chirurgica. PMC.
- Toledo-Pereyra LH. Claudius Galenus of Pergamum: surgeon of gladiators. Father of experimental physiology. Journal of Investigative Surgery, 2002. PubMed.




Rispondi