C’è un’opzione che offre più cibo.
E un’altra che ne offre meno, ma ti dice con certezza cosa succederà.
Se foste piccioni, potreste scegliere la seconda.
Non è una battuta sull’intelligenza dei piccioni. È uno dei risultati più strani e interessanti emersi negli studi sulla decisione animale: in determinate condizioni, un’informazione capace di anticipare ciò che accadrà può acquisire un valore tale da spingere questi animali verso una scelta che, contando soltanto il cibo ottenuto, è peggiore.
Un nuovo studio pubblicato su Animal Cognition ha fatto un passo ulteriore.
Invece di mettere due alternative davanti al piccione nello stesso momento, i ricercatori hanno trasformato il problema in qualcosa di molto più simile a ciò che accade nella vita reale:
accetto quello che ho davanti oppure lo rifiuto e continuo a cercare?
La scelta subottimale: quando più cibo non basta
Il fenomeno da cui parte l’esperimento è conosciuto come suboptimal choice, scelta subottimale.
Nei paradigmi classici i piccioni possono preferire un’alternativa “informativa”, capace di segnalare in anticipo se arriverà oppure no una ricompensa, anche quando quell’alternativa produce complessivamente meno cibo rispetto a una possibilità meno informativa.
A prima vista non ha senso.
Se considerassimo soltanto la quantità media di cibo ottenuta, l’animale dovrebbe scegliere l’opzione statisticamente più redditizia.
Ma non sempre lo fa.
I segnali che predicono con precisione un risultato possono infatti acquisire essi stessi un valore.
Il piccione non sta necessariamente pensando:
«Preferisco sapere la verità.»
Questa sarebbe un’interpretazione umana che l’esperimento non può dimostrare.
Quello che possiamo dire è qualcosa di più preciso e, forse, ancora più interessante:
sapere in anticipo qualcosa sull’esito modifica il valore comportamentale di una possibilità.
Ma nella vita le alternative non arrivano tutte insieme
Gran parte degli esperimenti precedenti presentava le due possibilità contemporaneamente.
Due alternative.
Una scelta.
Fine.
Ma quando un animale cerca cibo nel mondo reale, normalmente non funziona così.
Incontra una possibilità alla volta.
Può accettarla.
Oppure può rinunciarvi e continuare a cercare qualcosa di migliore.
E continuare a cercare può avere un costo.
Tempo.
Energia.
Occasioni perdute.
I ricercatori hanno quindi trasformato il classico esperimento in una situazione sequenziale di accettazione o rifiuto.
Il piccione incontrava un’opzione e doveva decidere:
la prendo oppure la rifiuto per arrivare all’altra?
Una piccola modifica dell’esperimento che cambia completamente il significato della decisione.
Quando dire “no” non costa nulla
Nella prima situazione, rifiutare un’offerta non comportava un costo temporale aggiuntivo.
Ed è qui che il comportamento dei piccioni è diventato particolarmente netto.
Quando incontravano l’opzione informativa, gli animali tendevano fortemente ad accettarla.
Quando invece incontravano quella non informativa, erano molto più disposti a rifiutarla per raggiungere l’alternativa.
La preferenza osservata nei tradizionali esperimenti con due opzioni contemporanee, quindi, non scompariva quando il problema diventava una ricerca sequenziale.
Il piccione sembrava comportarsi come se dicesse:
«Questa possibilità non mi convince abbastanza. Vediamo cos’altro c’è.»
Naturalmente non sappiamo se nella sua testa esista qualcosa di minimamente simile a questa frase.
Ma il comportamento osservabile è quello.
Poi l’informazione ha ricevuto un prezzo
A quel punto i ricercatori hanno aggiunto una variabile che conosciamo molto bene anche noi:
il costo opportunità.
Rifiutare un’offerta non era più gratuito.
Significava aspettare prima di poter raggiungere l’alternativa.
E improvvisamente il comportamento ha cominciato a cambiare.
Più aumentava il tempo necessario dopo un rifiuto, più i piccioni diventavano disposti ad accettare anche l’opzione meno informativa.
Non perché fosse diventata migliore.
Era sempre la stessa.
Era cambiato il prezzo necessario per cercarne un’altra.
Ed è qui che l’esperimento diventa davvero interessante.
L’informazione aveva un valore.
Ma quel valore non era infinito.
Il tempo cambia il valore delle cose
Immaginiamo due possibilità.
La prima ci piace poco.
La seconda ci piace molto di più.
Se passare dalla prima alla seconda non costa nulla, la decisione è semplice.
Rifiutiamo la prima.
Ma se per ottenere la seconda dobbiamo aspettare?
Cinque minuti.
Un’ora.
Un giorno.
A un certo punto la prima possibilità comincia improvvisamente a sembrare meno brutta.
Non è cambiata lei.
È cambiato il mondo intorno alla scelta.
Ed è esattamente uno dei principi studiati nelle teorie del foraggiamento: un animale non valuta necessariamente una ricompensa come se esistesse nel vuoto.
Conta anche quanto tempo serve per ottenerla.
Quanto costa cercarla.
E quali altre opportunità vengono perse nel frattempo.
Sapere può essere una ricompensa?
È la domanda inevitabile.
Se un animale preferisce una possibilità che gli fornisce informazioni più precise sul futuro, possiamo dire che l’informazione stessa rappresenti una forma di ricompensa?
La risposta richiede prudenza.
Non possiamo semplicemente trasformare un comportamento animale in un’esperienza psicologica umana.
Però diversi esperimenti sui piccioni hanno mostrato che i segnali predittivi possono influenzare fortemente le loro preferenze.
Studi precedenti hanno osservato, per esempio, che i piccioni possono preferire alternative che indicano se l’attesa per una ricompensa sarà breve oppure lunga rispetto ad alternative che portano agli stessi tempi medi senza fornire informazioni affidabili.
Altri lavori hanno mostrato che questa preferenza può cambiare proprio modificando i tempi di attesa.
Il punto, quindi, non sembra essere semplicemente:
“più informazioni è sempre meglio”.
È qualcosa di più sottile.
Il valore dell’informazione dipende da cosa permette di prevedere, dal contesto e dal prezzo necessario per ottenerla.
Il piccione non sta filosofeggiando sulla verità
Qui bisogna mettere un confine molto netto.
Sarebbe bellissimo immaginare il piccione davanti a un dilemma esistenziale, pronto a sacrificare la cena pur di conoscere la verità.
Ma lo studio non dimostra questo.
Non sappiamo se un piccione provi curiosità cosciente come la intendiamo noi.
Non sappiamo se abbia un desiderio astratto di “sapere”.
E certamente non possiamo concludere che attribuisca alla conoscenza lo stesso significato psicologico che le attribuiamo noi.
L’esperimento misura qualcosa di molto più concreto:
decisioni, accettazioni, rifiuti e sensibilità al costo dell’attesa.
Il titolo di questo articolo gioca volutamente con la parola “verità”.
Il dato scientifico è più preciso:
un segnale capace di predire ciò che accadrà può modificare profondamente il comportamento di un piccione, fino a competere con il valore della ricompensa stessa.
E, sinceramente, non mi sembra affatto meno affascinante.
Il mondo visto dal piccione
Noi paghiamo continuamente per sapere.
Paghiamo con il tempo quando aggiorniamo una pagina aspettando una risposta.
Paghiamo con l’attenzione quando leggiamo una notizia che forse avremmo preferito ignorare.
A volte paghiamo persino con l’ansia.
Perché l’incertezza può essere insopportabile.
Ma anche la certezza può avere un prezzo.
Pensiamo a quante volte vogliamo conoscere qualcosa anche quando quella conoscenza non cambierà assolutamente ciò che accadrà.
Il risultato di un esame.
Una risposta.
Una diagnosi.
Un messaggio che non arriva.
Il finale di una storia.
Vogliamo sapere.
Non necessariamente perché l’informazione ci permetterà di ottenere qualcosa.
A volte vogliamo semplicemente eliminare l’incertezza.
Il piccione non ci racconta necessariamente qualcosa sulla nostra coscienza.
Ma mette davanti a noi una versione sorprendentemente pulita dello stesso problema.
C’è una ricompensa.
C’è un’informazione.
E c’è un prezzo da pagare per ottenerla.
Quando quel prezzo è basso, l’informazione può diventare estremamente preziosa.
Quando il prezzo aumenta, persino il desiderio comportamentale di raggiungerla comincia a perdere terreno.
Forse la cosa più interessante dell’esperimento non è quindi scoprire che un piccione possa scegliere meno cibo.
È scoprire che, anche in un cervello così diverso dal nostro, conoscere ciò che sta per accadere può avere un valore misurabile.
E allora la domanda iniziale rimane lì.
Non più soltanto per il piccione.
Ma anche per noi:
quanto siamo disposti a pagare per sapere cosa succederà?
Fonti
Studio principale: Marco Vasconcelos, Cyrus Kirkman, Aaron P. Blaisdell, Armando Machado et al., From choice to search: suboptimal preferences in sequential accept-reject decisions, Animal Cognition (2026), DOI: 10.1007/s10071-026-02101-0.
Studio su Springer / Animal Cognition
Per il contesto sulla preferenza dei piccioni per informazioni relative a ricompense ritardate: On the value of advanced information about delayed rewards, Animal Cognition (2024).
Studio del 2024 su Animal Cognition
Sul rapporto fra valore dell’informazione e tempi medi di attesa: McDevitt, Pisklak, Dunn et al., Waiting for reward: preference for signalled delays increases with average wait time, Animal Cognition (2026).
Studio del 2026 su Animal Cognition.




Rispondi