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IL MONDO VISTO DAL NERO — La stupidità non ha una tessera di partito

Una bilancia illuminata al centro tra due gruppi contrapposti, simbolo del giudicare i fatti oltre le appartenenze.

Ci piace dividere il mondo in due.

Destra e sinistra. Buoni e cattivi. Vittime e carnefici. Quelli dalla nostra parte e quelli dall’altra.

Poi arriva la realtà e, come spesso accade, se ne frega delle nostre categorie.

Negli ultimi mesi tre vicende molto diverse tra loro hanno raccontato, involontariamente, qualcosa di simile: quanto sia facile trasformare una persona in un simbolo e quanto velocemente quel simbolo possa crollare quando arrivano i fatti.

Mario Adinolfi e i social dai domiciliari

Mario Adinolfi, giornalista, ex parlamentare e leader del Popolo della Famiglia, era agli arresti domiciliari dal luglio 2026 nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma. Le contestazioni giudiziarie restano, naturalmente, accuse da accertare nel processo: una misura cautelare non è una condanna.

Ma il 21 settembre la misura è stata aggravata con la custodia in carcere. Secondo quanto riportato dall’ANSA sulla base della Guardia di Finanza, il provvedimento è stato motivato dalla «reiterata e sistematica» violazione delle prescrizioni dei domiciliari: ad Adinolfi era vietato utilizzare dispositivi telefonici, informatici e telematici, salvo i contatti con il difensore. Gli accertamenti hanno documentato un uso ripetuto dei social network.

Adinolfi ha dato una lettura diversa della vicenda, sostenendo sui social di essere stato portato in carcere perché scriveva su Facebook.

Ed è proprio qui che le tifoserie entrano in campo: per qualcuno diventa immediatamente la prova di una persecuzione; per qualcun altro la prova definitiva di tutto ciò che pensa già di lui.

Forse esiste una terza possibilità, molto meno eccitante: leggere il provvedimento, distinguere le accuse dai fatti già documentati e aspettare che la giustizia faccia il proprio lavoro.

L’attentato che non c’era

Qualche settimana prima era successa un’altra cosa.

Adriano Cappellari, aspirante cronista ventunenne di Enego, aveva raccontato di essere stato vittima di un attentato incendiario. La vicenda aveva suscitato una grande ondata di solidarietà, arrivata anche dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e da don Maurizio Patriciello.

Poi la storia si è capovolta.

Il 7 agosto Cappellari ha ammesso davanti alla magistratura di aver inscenato lui stesso l’attentato, dando fuoco ad alcune bombolette di gas davanti alla propria abitazione. Ha consegnato una lettera di scuse e ha riconosciuto di aver tradito la fiducia di chi gli aveva creduto e difeso. È indagato: non è corretto trasformare neppure questa confessione in una sentenza che ancora non esiste.

Quando la notizia è troppo bella per essere verificata

C’è poi un terzo episodio, diverso dagli altri due ma utile per capire quanto facilmente l’appartenenza politica possa spegnere il controllo dei fatti. Nell’agosto 2026 sui social è circolata la notizia dell’arresto del sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli, esponente del centrodestra, con l’accusa di aver lucrato sui migranti.

Era falsa. La Questura di Frosinone ha confermato che Mastrangeli ha presentato querela e che DIGOS e Polizia Postale hanno avviato accertamenti per individuare chi abbia creato e diffuso il contenuto. La falsa notizia era comparsa in uno spazio Facebook chiamato Popolo Antifascista e aveva ottenuto un numero molto elevato di visualizzazioni e interazioni.

Qui il punto non è attribuire quella falsità a un intero schieramento politico: sarebbe esattamente lo stesso errore che stiamo criticando. Il punto è quanto facilmente una storia possa sembrarci credibile quando colpisce qualcuno che abbiamo già deciso di considerare “dall’altra parte”.

La stupidità non diventa intelligente quando coincide con le nostre idee. Una bugia non diventa vera perché danneggia qualcuno che non sopportiamo. E una persona non diventa innocente perché porta la nostra stessa bandiera.

Prima scegliamo la squadra. Poi giudichiamo il fallo.

Le tre vicende non sono equivalenti sul piano giudiziario e non avrebbe senso fingere che lo siano. Una riguarda l’aggravamento di una misura cautelare in un procedimento ancora in corso; un’altra l’ammissione della messinscena di un attentato; la terza la diffusione di una falsa notizia su un amministratore pubblico.

Quello che le unisce, qui, è il nostro modo di guardarle.

Siamo diventati bravissimi a chiedere prima: «Da che parte sta?» e soltanto dopo: «Che cosa ha fatto?».

Se è dei nostri, cerchiamo il contesto, le attenuanti, il complotto, la spiegazione. Se è degli altri, la sentenza è spesso pronta prima ancora che qualcuno abbia finito di leggere il titolo.

Eppure una persona non diventa migliore perché condivide le nostre idee. Né peggiore perché vota dall’altra parte.

Possiamo essere conservatori, progressisti, credenti, atei, sovranisti, europeisti. Possiamo persino convincerci di combattere dalla parte del bene.

Ma il bene non diventa nostro soltanto perché gli abbiamo messo addosso la maglietta della nostra squadra.

Between God and Good

È anche il motivo per cui, mentre scrivevo queste righe, continuavo a pensare a Between God and Good: una canzone di Fuoconero che ruota proprio intorno alla distanza fra ciò che proclamiamo di essere e ciò che scegliamo di fare.

🎵 Ascolta e guarda Between God and Good

Forse è lì che dovremmo guardare più spesso: non alla bandiera che qualcuno tiene in mano, ma a quello che fa quando pensa che la bandiera basti a giustificarlo.

Una caratteristica meravigliosamente democratica

Non serve essere un eroe per deludere le persone. A volte basta essere stati trasformati in qualcosa che non si è mai stati davvero. Altre volte siamo noi stessi a costruirci un piedistallo e a sorprenderci quando crolla.

Forse dovremmo smettere di chiederci da quale parte stia una persona prima di decidere quanto siamo disposti a perdonarle.

Perché essere di destra non rende automaticamente qualcuno peggiore. Essere di sinistra non rende automaticamente qualcuno migliore. E naturalmente vale anche al contrario.

Stupidità, arroganza e disonestà hanno una caratteristica meravigliosamente democratica: non chiedono la tessera di partito.

E forse, prima di cercare un santo o un mostro, dovremmo semplicemente guardare la persona.


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