Otto miliardi di persone.
Città che non dormono mai. Continenti attraversati da strade. Aerei nel cielo, satelliti nello spazio, miliardi di voci che ogni giorno parlano contemporaneamente.
Eppure, se una controversa ricostruzione della nostra storia genetica è corretta, c’è stato un momento in cui il futuro dell’umanità avrebbe potuto stare dentro un piccolo paese.
Circa 1.280 individui riproduttivi.
È il numero ottenuto nel 2023 da un gruppo internazionale di ricercatori attraverso FitCoal, un metodo statistico utilizzato per ricostruire le variazioni delle popolazioni del passato partendo dai genomi degli esseri umani attuali.
Analizzando i dati genetici di 3.154 persone, i ricercatori individuarono qualcosa di impressionante: tra circa 930.000 e 813.000 anni fa, la popolazione ancestrale dalla quale discendiamo avrebbe attraversato un collo di bottiglia estremamente severo. E non per qualche generazione: per circa 117.000 anni.
Ma non erano necessariamente 1.280 persone
Qui bisogna fermarsi, perché è proprio dove la storia scientifica rischia di trasformarsi in leggenda da social.
Il numero 1.280 rappresenta una stima della popolazione effettiva, non un censimento. Non significa che qualcuno abbia contato 1.280 esseri umani attorno a un fuoco e che noi miliardi di persone discendiamo esclusivamente da loro.
La popolazione reale poteva essere superiore. Il valore cerca invece di rappresentare, in termini genetici, la dimensione della popolazione che contribuiva alla trasmissione della diversità alle generazioni successive.
Ma anche con questa precisazione, ciò che emerge resta impressionante. Secondo gli autori dello studio originale, all’inizio del collo di bottiglia sarebbe andato perduto circa il 98,7% della popolazione ancestrale considerata dal modello.
Centodiciassettemila anni sul bordo
Provate a pensarci.
Noi consideriamo antica Roma remota. Le piramidi ci sembrano appartenere a un altro mondo. Qui non stiamo parlando di mille anni. Né di diecimila.
Stiamo parlando di una popolazione rimasta geneticamente compressa per un intervallo stimato di 117.000 anni.
Generazioni e generazioni di esseri umani arcaici che nascevano, vivevano, morivano e avevano figli senza sapere che la loro linea evolutiva stava attraversando uno dei passaggi più stretti della propria storia.
Le cause non sono certe. Gli autori hanno indicato tra le possibilità i grandi cambiamenti climatici avvenuti durante la transizione tra Pleistocene inferiore e medio, quando i cicli glaciali cambiarono profondamente. Anche il record fossile africano ed eurasiatico presenta lacune interessanti attorno a quel periodo.
E se non fosse successo?
È la domanda più affascinante. E anche quella alla quale non possiamo rispondere.
Un collo di bottiglia non è soltanto una diminuzione del numero degli individui. È un filtro genetico. Alcune varianti attraversano la strettoia. Altre scompaiono. La popolazione che ne esce non è geneticamente identica a quella che vi è entrata.
Lo studio originale ha persino suggerito che quella fase possa avere avuto un ruolo importante nella successiva storia evolutiva del genere Homo. Ma qui il condizionale è obbligatorio.
Perché non tutti sono convinti
Ed è forse la parte più bella della storia.
La scienza non ha inciso 1.280 su una tavola di pietra.
Ricercatori successivi hanno riesaminato il metodo e discusso se un collo di bottiglia così estremo possa dipendere, almeno in parte, dalle assunzioni statistiche utilizzate. Gli autori della scoperta hanno continuato a difendere il risultato attraverso nuove analisi e simulazioni.
La discussione, quindi, continua. E questo non rende la storia meno bella. La rende scientificamente più vera.
La cruna dell’ago
Forse non sapremo mai se quel valore descriva con precisione la strettoia attraversata dai nostri antenati. Forse la popolazione totale era molto superiore. Forse il collo di bottiglia fu meno estremo di quanto suggerisca FitCoal.
Ma c’è qualcosa che sappiamo: la nostra presenza qui non era garantita.
La storia dell’umanità non è una linea inevitabile che dal passato conduce fino a noi. È fatta di popolazioni che si espandono e scompaiono, di migrazioni, clima, casualità, selezione e sopravvivenza.
A un certo punto quella linea potrebbe essersi fatta incredibilmente sottile.
Poi si è allargata. Fino a diventare miliardi di persone.
E c’è qualcosa di vertiginoso nel pensare che dietro ogni guerra, ogni poesia, ogni amore, ogni città, ogni scoperta e ogni essere umano che abbia mai pronunciato la parola “io”, ci sia una catena ininterrotta di antenati che è riuscita semplicemente a non spezzarsi.
Noi siamo qui perché quella linea non si è interrotta.




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