Ci sono cose che sappiamo da sempre senza averci mai pensato davvero.
Impariamo.
Ricordiamo.
Dimentichiamo.
E ci sembra tutto perfettamente normale.
Come se da qualche parte, dentro la testa, esistesse una specie di hard disk biologico nel quale il cervello aggiunge continuamente nuovi file.
Oggi imparo una cosa.
Salva.
Domani ne imparo un’altra.
Salva.
Un ricordo diventa inutile.
Cancella.
Semplice.
Peccato che non funzioni così.
O, perlomeno, non funziona soltanto così.
Il cervello non possiede semplicemente un archivio
La parte affascinante è che nel cervello non esiste una separazione netta tra il sistema che elabora le informazioni e quello che le conserva.
Quando apprendiamo, l’attività delle reti neurali può modificare l’efficacia delle connessioni tra neuroni. Cambia il comportamento delle sinapsi, possono cambiare il numero e la distribuzione di alcuni recettori e, quando l’apprendimento si consolida, possono verificarsi anche modificazioni strutturali delle spine dendritiche e delle connessioni coinvolte.
La plasticità sinaptica è infatti considerata uno dei principali meccanismi cellulari attraverso cui apprendimento e memoria vengono realizzati. Alcuni cambiamenti funzionali possono iniziare molto rapidamente; quelli destinati a diventare più persistenti coinvolgono poi processi molecolari, sintesi proteica e modificazioni strutturali che possono svilupparsi nell’arco di ore o giorni.
In altre parole:
imparare modifica fisicamente il cervello.
Non necessariamente facendo comparire un nuovo neurone ogni volta che impariamo il nome di qualcuno.
La faccenda è molto più sottile.
E forse proprio per questo è ancora più impressionante.
Cambiano minuscole parti della materia di cui siamo fatti.
Il libro che cambia mentre lo leggi
Proviamo allora a immaginare la memoria come un libro.
La prima idea sarebbe questa:
quando impariamo qualcosa, aggiungiamo una frase al libro.
Quando dimentichiamo, cancelliamo qualche parola.
Ma non è l’immagine giusta.
È più strano.
Nel libro non vengono semplicemente aggiunte o tolte parole.
Cambia proprio il libro.
Una pagina può diventare più facile da raggiungere.
Due frasi lontane possono improvvisamente avere un collegamento.
Una strada utilizzata molte volte può diventare più forte.
Un’altra può indebolirsi.
Il supporto che contiene l’informazione viene modificato dall’informazione stessa.
Per questo mi piace pensare che i ricordi non siano semplicemente dentro un archivio.
Sono parte dell’archivio.
E che il cervello non conservi semplicemente i propri ricordi:
diventi, almeno in parte, i propri ricordi.
E può iniziare molto velocemente
È probabilmente questa la cosa che mi ha colpito di più.
Uno immagina una modificazione fisica come qualcosa di lento.
Costruire materia.
Spostarla.
Modificarne la forma.
E invece alcuni meccanismi della plasticità sinaptica cominciano nell’ordine dei secondi o dei minuti.
Poi, naturalmente, non tutto quello che incontriamo diventa un ricordo stabile.
Perché una traccia duri entrano in gioco altri processi di consolidamento, espressione genica, sintesi proteica e stabilizzazione delle modifiche sinaptiche.
Ma il concetto rimane quasi disturbante nella sua semplicità:
un’esperienza può cominciare a cambiare fisicamente la materia del cervello mentre la stiamo vivendo.
Non aggiorni soltanto il database
E c’è un’altra conseguenza.
Quando impariamo qualcosa di nuovo non abbiamo semplicemente un’informazione in più.
Quella nuova informazione entra a far parte di un sistema che utilizzeremo per interpretare tutto quello che arriverà dopo.
Se ieri non sapevo una cosa e oggi la so, domani potrei interpretare diversamente qualcosa che vedo.
Quindi non è soltanto:
“adesso conosco X.”
Può diventare:
“adesso che conosco X, anche Y mi appare diverso.”
È come avere un computer nel quale processore, memoria e sistema di archiviazione non siano compartimenti completamente indipendenti.
Un computer ancora più assurdo, però:
un computer in cui ciò che viene elaborato modifica fisicamente anche una parte della macchina che elaborerà le informazioni successive.
Non aggiorni soltanto il database.
Aggiorni anche qualcosa dell’algoritmo che leggerà il database.
Persino ricordare non è semplicemente “aprire un file”
Ed è qui che la metafora informatica comincia definitivamente a rompersi.
Un ricordo consolidato non è necessariamente una registrazione immutabile che viene aperta in modalità “sola lettura”.
In determinate condizioni, richiamare un ricordo può renderne temporaneamente più labile la rappresentazione, permettendone la modifica prima che venga nuovamente stabilizzata: è il processo studiato con il nome di riconsolidamento. Il fenomeno ha condizioni e limiti complessi e non significa che ogni ricordo venga riscritto ogni volta che ci pensiamo, ma mostra quanto la memoria biologica possa essere dinamica.
Il nostro archivio, insomma, non è mai completamente separato dalla nostra storia.
Ed è qui che mi è venuto in mente un prurito.
Non quello che puoi grattare.
Uno di quelli che stanno un po’ più sotto.
Pruriti…
Ho provato con le unghie,
con gli stuzzicadenti,
col massaggiatore per la testa
che sembra un ragno,
ma non ha funzionato nulla.
Il prurito che sento in testa
è dentro,
tra un neurone e un ganglio,
tra una sinapsi che si spegne
e una che nasce,
perché imparare
ci modifica fisicamente il cervello.
I ricordi non stanno
dentro un archivio:
sono l’archivio.
Il cervello non li conserva soltanto:
diventa i suoi ricordi.
È come un libro
in cui, quando impariamo qualcosa,
non vengono semplicemente aggiunte
o cancellate parole:
cambia il libro.
Ogni cosa che impariamo,
ogni cosa che dimentichiamo,
modifica il posto
in cui la conserviamo.
Ogni cosa che entra
cambia l’archivio,
ogni cosa che svanisce
lascia comunque
una forma diversa.
Quel prurito scompare solo se scrivo,
solo se metto su carta un’emozione:
bella,
brutta,
sporca,
pulita.
È indifferente.
Basta che sia fuori.
Su un foglio,
nell’etere,
cambia poco.
L’importante è il sollievo.
Fino al prossimo prurito…




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