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Il mondo visto dal nero — Il giorno in cui l’Himalaya smetterà di darci più acqua

Un ghiacciaio himalayano in ritiro sopra un lago glaciale tra alte montagne.

Un ghiacciaio che si scioglie produce acqua.

Sembra quasi rassicurante.

Più ghiaccio si scioglie. Più acqua scende. Più fiumi si riempiono.

Ed è esattamente così.

Finché non lo è più.

L’Hindu Kush-Himalaya sta entrando in uno dei paradossi più inquietanti del cambiamento climatico. Quando il riscaldamento accelera la fusione dei ghiacciai, per un certo periodo la quantità di acqua di fusione può aumentare. Ma il ghiaccio non è una sorgente infinita.

Arriva un punto in cui la massa glaciale residua non è più sufficiente a sostenere quel contributo. È ciò che in idrologia viene indicato come peak water: il momento in cui il deflusso legato alla fusione raggiunge il massimo e poi comincia a diminuire.

Per molti bacini dell’Hindu Kush-Himalaya, le valutazioni scientifiche indicano che questo passaggio potrebbe avvenire entro la metà del secolo. Non significa che in un giorno preciso “l’Himalaya resterà senz’acqua”. Significa che la funzione di serbatoio naturale del ghiaccio cambierà progressivamente, rendendo più fragile la disponibilità d’acqua stagionale.

Un nuovo rapporto dedicato alla resilienza dell’Himalaya indiano, pubblicato a settembre da Systemiq con Integrated Mountain Initiative e contributi tecnici di ICIMOD e G.B. Pant NIHE, mette il problema in termini ancora più concreti.

Secondo il rapporto, i ghiacciai himalayani stanno perdendo massa a un ritmo circa 65% più rapido rispetto a un decennio fa. In India, 56 laghi glaciali sono classificati a rischio molto elevato. Reuters, riprendendo il rapporto e i dati dei partner scientifici, segnala inoltre che soltanto 21 dei circa 40.000 ghiacciai della regione Hindu Kush-Himalaya vengono monitorati direttamente sul terreno.

Quell’ultimo numero merita di essere guardato bene.

Quarantamila ghiacciai.

Ventuno con monitoraggio diretto.

Il resto non è affatto “ignoto”: satelliti, telerilevamento e modelli permettono oggi di misurare moltissimo. Ma il confronto dice comunque qualcosa sulla difficoltà di osservare fisicamente, in modo continuo, una regione enorme, remota e in rapido cambiamento.

Nel frattempo la fusione produce un secondo problema. Dove i ghiacciai arretrano possono formarsi o espandersi laghi trattenuti da morene e altre barriere naturali. Se queste cedono, l’acqua può liberarsi improvvisamente verso valle.

È qui che il cambiamento climatico smette di essere una linea semplice.

Prima può esserci troppa acqua: piene improvvise, laghi instabili, frane, danni a strade e impianti idroelettrici.

Poi può arrivare il problema opposto: meno ghiaccio disponibile per sostenere i flussi nei periodi in cui quella riserva naturale era più importante.

Il rapporto Systemiq sottolinea anche quanto l’Himalaya sia infrastruttura naturale oltre che paesaggio: l’acqua che nasce da queste montagne sostiene una quota enorme dell’economia e della sicurezza idrica dell’Asia meridionale. La stessa ICIMOD ricorda che la criosfera dell’Hindu Kush-Himalaya serve centinaia di milioni di persone nelle aree montane e oltre due miliardi a valle.

Il punto, quindi, non è immaginare un rubinetto che improvvisamente si chiude.

È più subdolo.

Per un certo tempo, una riserva che stiamo consumando può sembrare persino più generosa.

Più acqua.

Più fiumi.

Più disponibilità apparente.

Finché ci accorgiamo che quell’abbondanza era il modo in cui il serbatoio si stava svuotando.

E forse questa è una delle immagini più precise del nostro rapporto con il clima.

Confondiamo spesso ciò che esce da una riserva con ciò che in quella riserva rimane.

Il mio punto di vista

La cosa che mi colpisce di questa storia non è soltanto che i ghiacciai si stiano sciogliendo. È il paradosso: per un po’ potremmo persino scambiare il problema per un vantaggio, perché avremo più acqua.

Ed è una cosa terribilmente umana. Siamo bravissimi a giudicare ciò che accade oggi e molto meno bravi a chiederci da dove venga quello che stiamo consumando. Se dal ghiacciaio arriva più acqua, vediamo l’acqua. Non vediamo il ghiacciaio che manca.

Sul cambiamento climatico si finisce troppo spesso a discutere come se fosse una questione di appartenenza: da una parte quelli che gridano alla catastrofe, dall’altra quelli che sostengono che non stia succedendo niente. A me interessa molto di più quello che possiamo misurare. E qui stiamo misurando una riserva che diminuisce.

Non so quale sarà esattamente l’Himalaya del 2050, e diffido sempre di chi racconta il futuro come se ci fosse già stato. Ma se una banca mi dicesse che sul mio conto stanno entrando più soldi soltanto perché qualcuno sta svuotando il mio deposito, non festeggerei per l’aumento delle entrate.

Forse dovremmo guardare i ghiacciai nello stesso modo.

Il problema non è quanta acqua ci stanno dando oggi. È quanto ghiaccio resterà domani.

Fonti

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