Erano anni che lo cercavo,
questo mantello fatto di buio e di notte.
Il colore che li contiene tutti
e li tiene per sé,
nel suo buio.
Lo indosso con rispetto,
perché ha lo stesso colore dell’infinito.
Non apre porte:
è la porta.
Un piacere sottile,
un desiderio inconfessabile,
un attimo che basta a sé stesso
perché contiene tutto.
Forse un po’ avaro,
perché trattiene per sé
il calore e ogni colore.
L’infinito.
Forse è il vero colore di Dio.
In fondo,
è il colore dell’universo.
E del mio mantello...
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L’immagine di partenza è bellissima e molto forte:
questo mantello fatto di buio e di notte.
Lì c’è già tutto. Un mantello cercato per anni, nero. Un peso, un rifugio, qualcosa di fisico. Ti aspetti che da lì in poi succeda qualcosa: dove lo indossi, quanto pesa, cosa ti copre, cosa ti nasconde agli altri.
Invece tu fai il contrario. Appena trovi l’immagine concreta, scappi subito nell’astratto.
Il colore che li contiene tutti / Lo indosso con rispetto / perché ha lo stesso colore dell’infinito / Non apre porte: è la porta / il calore e ogni colore / L’infinito / il vero colore di Dio / il colore dell’universo.
Sono parole enormi: infinito, tutto, Dio, universo, porta.
Dette una dietro l’altra si annullano.
È come se volessi convincere che il mantello è importante, invece di farcelo toccare.
Un mantello è tattile. Ma qui non c’è mai una sensazione fisica. Non sappiamo se è pesante, se odora di umido, se ci fa sudare, se fa rumore quando camminiamo. Resta un’idea.
Non c’è tensione. Scrivi “piacere sottile, desiderio inconfessabile”, ma non ci dici quale.
Qual è il desiderio?
Di sparire?
Di non essere visto?
Di essere potente?
Senza quel rischio, quel piccolo scandalo, la poesia resta educata.
Si spiega troppo. “Forse sei un po’ avaro, perché trattieni per te il calore e ogni colore.”
È una spiegazione.
E poi quel “In fondo,” prima dell’ultima strofa è proprio la chiusura che smorza tutto.
Le poesie con nervo non si spiegano alla fine, ti lasciano con la frase in gola.
Tipo, invece di dire che è il colore di Dio, dire cosa ti fa fare quel mantello.
Lo indosso e finalmente al bar non mi chiedono come sto.
Lo indosso e posso guardare senza essere guardata.
Lì il nero non è più l’universo, è una scelta quotidiana, quasi cattiva. Ed è qui che il nervo che non c’è si dovrebbe trovare.
Sai Gianni …Forse volevi scrivere una preghiera laica, e ti è uscita una didascalia del tuo simbolo. L’intuizione c’era, ma hai avuto pudore a sporcarla con qualcosa di reale davvero che sentivi inconfessabile.
Ho cercato fino in fondo cosa hai provato quando finalmente l’hai indossato, quel mantello cercato per anni. I brividi, un vortice, uno stordimento. Non li ho trovati. Resta un’idea bellissima di mantello, ma senza il corpo che lo indossa.
Un mantello così, fatto di buio e di notte, quando lo indossi deve darti un piccolo sisma. Deve annacquarti il sangue.
Io qui ho letto solo il bugiardino del mantello, non il brivido di chi lo porta.
Cosa hai sentito davvero quando l’hai indossato?
Intanto ti confesso che la
poesia per me deve far fremere, crollare e rialzare.
Ho pensato tanto, ma non sono nessuno per dire come si traduce un’emozione e come arriva e quanto pesa. So solo quanto fa soffrire quando arriva improvvisa e ti trova senza difese.
Forse l’unica cosa che ho imparato è che non si spiega, si trasporta. Silenziosamente. Senza scompensare chi legge, ma portandolo con te un pezzetto per volta. Come si porta un bambino addormentato.
Tu in questa poesia hai lasciato che fosse l’emozione a scrivere al posto tuo.
Ma l’ emozione è stata avara e il senso non l’ ho potuto trovare così come intendi tu.
Sereno Pomeriggio Gianni,forse dovevi aspettare ancora un po’ e far decantare la tua emozione e poi avrebbe detto molto di più…Un abbraccio , ciao !🤍🫶🏻🤗🥰
Grazie davvero per questa lettura così attenta e profonda. Credo però che il punto sia proprio questo: il mantello, alla fine, era soprattutto una scusa.
Non volevo raccontare davvero cosa si prova nell’indossarlo, né renderlo fisico, pesante, umido o vivo sulla pelle. Mi serviva come immagine iniziale per provare a dire che cosa rappresenta per me il nero: non un semplice colore, ma qualcosa che contiene, protegge, nasconde e, nello stesso tempo, apre verso ciò che non conosciamo.
Per questo la poesia abbandona quasi subito il mantello e si sposta verso l’infinito, l’universo, Dio. Capisco perfettamente che quelle parole possano apparire troppo grandi o troppo spiegate, e la tua osservazione sul rischio che si annullino tra loro è preziosa. Ma non stavo cercando il brivido di chi indossa un mantello: stavo provando a trasformare quel mantello in un simbolo, quasi in un pretesto per raccontare il mio rapporto con il nero.
Forse, allora, più che il bugiardino del mantello, è davvero la didascalia del mio simbolo. E probabilmente hai ragione anche nel dire che, come poesia, avrebbe potuto sporcarsi di più, rischiare di più e spiegare di meno.
Ma il desiderio “inconfessabile”, almeno per me, era proprio quello di poter indossare l’infinito. Non per sparire o non essere visto, ma per sentirmi, anche solo per un istante, parte di qualcosa di immensamente più grande.
Ti ringrazio perché non ti sei fermata alla superficie e hai cercato davvero il corpo sotto il mantello. Anche quando una lettura non coincide completamente con l’intenzione di chi scrive, può mostrare alla poesia ciò che non è riuscita a dire. Un abbraccio.