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Anche l’altro sanguina

Non dovremmo essere buoni per paura dell’inferno.
Dovremmo esserlo perché sappiamo riconoscere il dolore negli occhi degli altri.

Perché abbiamo capito cosa significa essere feriti, traditi, umiliati, lasciati soli.
Perché sappiamo che una parola può salvare o distruggere.
Che una mano può accarezzare o colpire.
Che una scelta può diventare rifugio o condanna per qualcun altro.

Se il bene nasce solo dalla paura di una punizione, allora non è davvero bene.
È prudenza.
È calcolo.
È terrore travestito da morale.

La vera bontà, forse, comincia quando nessuno ci guarda.
Quando non c’è un premio da vincere.
Quando non c’è un inferno da evitare.
Quando potremmo fare del male e scegliamo di non farlo.

Non perché qualcuno ce lo ordina dall’alto.

Ma perché, finalmente, abbiamo capito che anche l’altro sanguina…

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Risposte

  1. Avatar @desire760

    La tua poesia smonta l’idea comoda che la bontà sia un’assicurazione contro l’inferno. Se faccio del bene solo perché temo la punizione, allora sto ancora parlando con me stesso, non con l’altro. Sto barattando, non amando. È contabilità spirituale, non coscienza.

    Il punto di svolta che indichi è brutale e liberatorio insieme: l’empatia nasce dalla ferita. Solo chi ha conosciuto l’umiliazione riconosce il tremito in uno sguardo. Solo chi è stato lasciato solo sa quanto pesa una porta chiusa. E una volta che lo sai, non puoi più dis-saperlo. Da lì in poi ogni parola che dici, ogni mano che alzi, ogni scelta che fai diventa un bivio: rifugio o condanna.

    Mi colpisce la tua definizione di “vera bontà”: quella che accade quando nessuno guarda, quando non c’è pubblico, né paradiso in saldo, né inferno alle calcagna. È l’istante in cui potresti ferire  e avresti anche la scusa pronta , ma scegli di non farlo. Non per obbedienza, ma per riconoscimento. Perché hai visto che anche l’altro sanguina, e quel sangue ha lo stesso colore del tuo.

    Questo sposta la morale dal cielo alla terra, dal timore alla responsabilità. Non è “Dio mi vede”, ma “io ti vedo”. E ti vedo proprio perché sono stato dall’altra parte della carezza mancata, della parola che distrugge, della scelta che condanna.

    Allora la domanda che la poesia lascia addosso è scomoda: quante delle nostre “buone azioni” sono solo paura travestita? E cosa resterebbe della nostra morale se togliessimo il premio e la pena?

    Forse resterebbe l’unica cosa che conta: la consapevolezza che siamo fatti della stessa carne fragile. E che ogni volta che risparmiamo una ferita all’altro, stiamo suturando anche una nostra cicatrice antica.

    Grazie per averci ricordato che il bene autentico non ha bisogno di inferni per esistere. Gli basta uno sguardo che finalmente riconosce.

    Ciao Gianni, nel blog non lasci il tempo di metabolizzare quello che scrivi, non riesco a starti dietro ai tanti post che inserisci, ci vuole tempo sia per scrivere che per avere un quadro completo di quello che posti e comunque faccio quello che posso, ma posti tanto e leggo tanto, ma non riesco a commentare tutto.Buona giornata, un abbraccio, ciao!🫂🤍👍🏻

    1. Avatar fuoconero78

      Ciao Desirè, grazie davvero per quello che hai scritto. Hai colto in pieno il senso della poesia, forse anche meglio di quanto sarei riuscito a spiegarlo io.

      Mi è piaciuto molto il passaggio in cui dici che il bene fatto per paura della punizione diventa una specie di “contabilità spirituale”. È esattamente il punto: se faccio del bene solo perché temo l’inferno o perché spero in un premio, allora forse non sto davvero guardando l’altro, sto solo cercando di salvare me stesso.

      E hai ragione anche quando parli dell’empatia che nasce dalla ferita. Credo che certe cose, quando le hai vissute sulla pelle, non riesci più a ignorarle negli altri. Riconosci un dolore, uno sguardo, una solitudine, perché in qualche modo ci sei già passato. E lì, come dici tu, ogni scelta diventa davvero un bivio: puoi ferire oppure puoi fermarti.

      Per quanto riguarda il blog, capisco benissimo quello che dici. Mi rendo conto che sto pubblicando tanto e che non sempre sia facile stare dietro a tutto.

      In questo periodo mi sono messo in testa di seguire più progetti insieme: l’Archivio Fuoconero, le nuove rubriche, le poesie, i racconti e tutto quello che ruota intorno al romanzo. So che può sembrare tanto, forse anche troppo, ma nasce dal desiderio di dare un servizio migliore a chi mi segue, portando contenuti più vari, più curati e più strutturati.

      Ovviamente i racconti che affiancano Fuoconero hanno anche uno scopo promozionale, perché servono a far conoscere meglio quel mondo narrativo, però non li vivo solo come pubblicità. Mi piace davvero costruire contenuti, creare collegamenti e dare qualcosa in più a chi ha voglia di leggere.

      Detto questo, non devi assolutamente sentirti in dovere di commentare tutto. Mi fa piacere anche solo sapere che passi, leggi quando puoi e ci sei a modo tuo. Ognuno ha i suoi tempi, e ci mancherebbe altro.

      Grazie ancora per l’attenzione, per la profondità con cui leggi e per le tue parole. Un abbraccio anche a te.

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