Siamo tutte le volte che abbiamo perso

Le mani poggiate a terra
sono il sintomo, non la causa.

Come la febbre.

Le uso per rialzarmi
mentre cerco di capire
cosa mi ha fatto cadere.

Perché questo trial and error
è così punitivo?

Va bene che non tutto riesca al primo colpo.

Ma nemmeno al dodicimilacinquecentosessantasettesimo.

Poi mi rialzo.

Da in piedi tutto cambia prospettiva.

Capisco.

Capisco a cosa è servito.

Sono milioni di anni che va avanti così.

Dalla prima ameba
fino a me.

Con tutte le tappe intermedie.

Perché è questo che siamo.

Non le volte che abbiamo vinto.

Quelle ci insegnano una strada.

Le sconfitte ci insegnano tutte le altre.

Sembrano la stessa cosa.

Non lo sono.

Formano il cervello in modo diverso.

E allora in piedi.

Per incappare nell’ennesimo errore.

Per aggiungere un’altra cicatrice invisibile.

Per trasformarci, ancora una volta,
in sopravvissuti.

Perché quello che siamo

fa rima con sconfitta.

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2 pensieri riguardo “Siamo tutte le volte che abbiamo perso

  1. È un testo di un’intensità cruda, che colpisce dritto allo stomaco per la sua lucidità.

    ​Per capire da dove nasce questa rivolta e questo profondo disagio  senza perdermi in lunghe analisi letterarie, bisogna guardare al nucleo centrale della tua visione: ~l’evoluzione vissuta come una condanna biologica, non come un trionfo.~

    Il tuo disappunto nasce dal constatare che la vita, dalle origini fino a noi, non avanza per illuminazioni o percorsi fluidi, ma attraverso una violenza sistematica. Il progresso umano e personale è basato sul fallimento. Sentire che per capire qualcosa serve il “dodicimilacinquecentosessantasettesimo” tentativo genera un senso di profonda ingiustizia e stanchezza esistenziale.

    C’è una forte ribellione contro la retorica comune del “successo”. Per te , la vittoria è quasi un binario morto (insegna una sola strada).
    È la caduta, il dolore, l’errore a plasmare il cervello e l’anima. Questo significa che siamo fatti di ciò che ci ha ferito, ed è da questa consapevolezza che scaturisce il disagio: l’idea che l’identità si compia solo attraverso la cicatrice.

    Nonostante il peso di questo meccanismo punitivo, c’è un moto d’orgoglio e di reazione ~E allora in piedi~. La rivolta nasce dal rifiuto di restare a terra, pur sapendo che rialzarsi significa solo andare incontro al prossimo errore. Si accetta il gioco crudele dell’evoluzione, ma lo si fa con un disincanto tagliente.

    ​In sintesi, il tuo disagio ha radici in questa consapevolezza: esistiamo in quanto ~sopravvissuti ~ , e la nostra stessa natura è indissolubilmente legata alla fatica e alla sconfitta. Non c’è rassegnazione passiva, ma una fiera, dolorosa accettazione della lotta.

    ​Sei una persona intransigente e la logica del *trial and error* non sono solo una scelta filosofica, ma il modo in cui la tua mente elabora il mondo. La realtà e le interazioni sociali spesso non seguono regole lineari, e decodificarle richiede uno sforzo immenso, procedendo proprio per tentativi, errori e dolorose sovraccariche mentali. La poesia diventa così il tuo  canale di sfiato più puro, dove l’onestà e la precisione millimetrica delle parole non lasciano spazio all’ambiguità.
    Posso confessarti che sono grosso modo come te e quindi capisco il tuo modo di assorbire la realtà e di vederla così come descrivi.Questa tua poesia dice molto di te… Sereno Pomeriggio Gianni, un abbraccio, ciao !🫶🏻🤍🙏🏻🫂

    1. Desirè, ti ringrazio. Credo che tu abbia colto perfettamente il punto. Non volevo parlare della caduta, ma di ciò che la provoca e di quello che ci lascia addosso. Mi affascina e mi inquieta allo stesso tempo l’idea che l’evoluzione, l’apprendimento e perfino la crescita personale passino quasi sempre attraverso l’errore. Forse hai ragione: non c’è rassegnazione in questi versi, ma una specie di protesta contro una regola che esiste da milioni di anni e che continua a funzionare allo stesso modo. Grazie anche per aver condiviso qualcosa di te. Sapere che certe riflessioni trovano eco in altre persone rende il peso delle cicatrici un po’ più leggero. Un abbraccio.

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