Ci sono cose che non si vedono.
Non perché non esistano, ma perché non siamo fatti per vederle.
Ci hanno insegnato che la realtà è fatta di oggetti, distanze, tempo che scorre in avanti come una strada dritta.
Poi arriva la fisica, quella vera, e ti dice:
no, guarda meglio.
Due particelle possono nascere insieme.
Dividersi.
Allontanarsi.
Una finisce qui, l’altra dall’altra parte del mondo.
O dell’universo.
Eppure restano collegate.
Se tocchi una, l’altra reagisce.
Subito.
Senza tempo.
Senza viaggio.
Non è magia.
È entanglement.
È come se l’universo, a un certo punto, si fosse rifiutato di separarle davvero.
E allora mi chiedo:
quante cose crediamo di aver perso…
che invece sono ancora lì, solo fuori dal nostro modo di vedere?
Perché forse anche noi funzioniamo così.
Forse ogni volta che abbiamo amato davvero qualcuno,
non lo abbiamo mai lasciato andare del tutto.
Forse esiste una versione di noi,
invisibile, non misurabile,
che resta intrecciata a ogni scelta, a ogni abbraccio, a ogni addio.
Forse quando pensi a qualcuno all’improvviso,
senza motivo,
non è memoria.
È una variazione.
Un’oscillazione.
Un segnale che attraversa qualcosa che non ha nome.
La fisica dice che non possiamo usare l’entanglement per comunicare.
Che non possiamo controllarlo.
E forse è giusto così.
Perché se potessimo, rovineremmo anche quello.
Cercheremmo di possederlo, di misurarlo, di piegarlo alle nostre paure.
Invece resta lì,
silenzioso, perfetto,
a ricordarci che la separazione è solo una versione semplificata della realtà.
Che non siamo davvero soli.
Che non lo siamo mai stati.
E che da qualche parte,
in una dimensione che non sappiamo nominare,
qualcosa di noi continua a rispondere
a qualcosa che abbiamo toccato.
Senza distanza.
Senza tempo.
Senza bisogno di capirlo.

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