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“Non sono un poeta (ma scrivo lo stesso)”

Non sono un poeta.
Non ho la sciarpa giusta, né il lessico da premio Strega.
Non mi alzo ogni mattina per cercare l’endecasillabo perfetto.

Io mi alzo per non cadere.
E se cado, scrivo.

Scrivo quando mi ignorano,
quando non mi capiscono,
quando mi rispondono col “like” ma non con lo sguardo.

Scrivo perché a volte sento troppo,
e a volte non sento più un cazzo.

Non sono un poeta.
Sono uno che è stato lasciato da chi diceva “sei speciale”,
e poi ha detto le stesse parole al prossimo, col copia-incolla del cuore.

Sono uno che non ha ex mogli,
ma ha una collezione di “ti voglio bene” scaduti.

Non scrivo per guarire.
Scrivo per non peggiorare.

A volte ironico,
a volte rotto.
A volte mi faccio schifo…
e a volte mi applaudo da solo, perché nessuno lo fa.

Non sono un poeta.
Ma scrivo lo stesso.

Perché certe verità
non bussano.

Sfondano.
Oppure restano dentro
per insegnarti
quanto può far male il silenzio.

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Risposte

  1. Avatar Vincenza63

    Il tuo post mi ha emozionato perché a tratti mi sono vista allo specchio.

    1. Avatar fuoconero78

      Grazie infinite…

  2. Avatar Manuela Di Dalmazi

    Scrivo per non morire.

    1. Avatar fuoconero78

      Scrivo per capire…

  3. Avatar Paola

    Capisco.

    1. Avatar fuoconero78

      Grazie Paola. Ci sono cose che non si spiegano bene, si sentono. E già il fatto che tu abbia capito, per me conta.

  4. Avatar @desire760

    Fuoconero,

    “Non sono un poeta.” E lo ripeti tre volte, come un mantra o una bestemmia. Come chi si convince ripetendolo. E invece lo sei proprio perché lo neghi. Perché il poeta vero non ha la sciarpa giusta. Ha le ginocchia sbucciate.

    “Mi alzo per non cadere. E se cado, scrivo.” Questa è la definizione più onesta che ho letto da anni. Non l’endecasillabo perfetto. La sopravvivenza. Scrivi con la funzione del paracadute: non ti fa volare, ti impedisce di spiaccicarti. E quando il paracadute non si apre, almeno lasci due righe per chi resta a guardare in su.

    “Scrivo quando mi rispondono col like ma non con lo sguardo.” Qui hai centrato il male del secolo. Il pollice alzato che sostituisce gli occhi negli occhi. La notifica che ti illude di esistere per qualcuno, mentre in realtà sei solo un pixel che scorre. È la solitudine , quella che fa più rumore del silenzio perché è piena di suoni vuoti.

    “Scrivo perché a volte sento troppo, e a volte non sento più un cazzo.” L’altalena. L’inferno. O sei allagato o sei deserto. E in mezzo non ci vivi mai. Chi scrive lo sa: o le parole ti esplodono in mano o ti muoiono in gola. Il medio non esiste. E tu lo dici senza vergogna. Senza poesia, appunto. Che è il modo più poetico di tutti.

    “Sono uno che è stato lasciato da chi diceva sei speciale, e poi ha detto le stesse parole al prossimo, col copia-incolla del cuore.” E qui smetti di parlare di poesia e inizi a parlare di macelleria. Perché questo è quello che fa male: non essere lasciati. Essere sostituiti con lo stesso copione. Scoprire che la dedica era un modulo. Che il “sei speciale” era intestato al portatore. Fa più male del tradimento, perché ti cancella l’unicità. E tu lo scrivi con la lucidità di chi ci ha sbattuto il muso.

    “Ho una collezione di ti voglio bene scaduti.” Immagine perfetta. Crudele e perfetta. Come i vasetti di marmellata in dispensa con la data andata. Li guardi, sai che dentro c’era zucchero, adesso c’è muffa. Eppure non li butti. Perché buttarli sarebbe ammettere che sono finiti davvero.

    “Non scrivo per guarire. Scrivo per non peggiorare.” Togliete l’endecasillabo, togliete il Premio Strega, tenete questa frase. Incidetela sui muri delle camerette. Perché è la verità che nessuno dice: a volte non guarisci. A volte galleggi. A volte il massimo che puoi fare è non andare a fondo oggi. E se per non andare a fondo devi scrivere che ti fai schifo, allora fallo. Perché il silenzio pesa di più.

    “A volte mi applaudo da solo, perché nessuno lo fa.” E dovremmo tutti imparare. Dovremmo tutti tenere un applauso di scorta in tasca per le giornate in cui fuori non batte le mani nessuno. È dignità, questa. Non è ego. È sopravvivenza.

    Il finale non lo commento. “Certe verità non bussano. Sfondano.” Non si commenta. Si incassa. Si sta zitti un secondo di più. Perché hai ragione: il silenzio non è vuoto. Il silenzio è pieno di tutte le cose che non hai avuto il coraggio di dire quando potevi. E fa più male dei pugni.

    Non sei un poeta, dici ?
    E invece lo sei proprio perché non volevi esserlo. Perché sei inciampato nella verità e invece di scansarla l’hai scritta. Senza sciarpa. Senza lessico. Con le mani sporche e il cuore copia-incollato da qualcun altro.

    E funziona caro Gianni. Funziona da bestia.

    Grazie di aver sfondato anche oggi.
    Questa tua poesia ha la forza del tuono e il fuoco 🔥 di un incendio ch’è divampato in modo fulmineo, adesso riposa l’ Anima perché hai già scritto e non devi ripetere, devi solo credere in quello che sei …Poeta e Scrittore, metto il maiuscolo perché ci vuole.
    Buona giornata… scusami perché mi sono dilungata… Abbraccio affettuoso al Poeta … Ciao!🙏🏻🫶🏻🤗🥰🤍

    1. Avatar fuoconero78

      Desirè…
      che ti devo dire, se non grazie davvero.

      Hai letto ogni riga come si leggono certe ferite: senza voltarti dall’altra parte.
      E questa cosa, credimi, arriva.

      Mi ha colpito tantissimo il modo in cui hai accolto quei versi, senza addolcirli, senza cambiarli… ma lasciandoli essere quello che erano: un modo per restare in piedi.

      Forse hai ragione tu: magari uno non sceglie di essere poeta.
      Magari ci inciampa dentro, mentre prova soltanto a non crollare.

      Le tue parole mi hanno fatto bene.
      Più di quanto riesca a spiegare.

      Grazie per il tempo, per la sensibilità, per l’abbraccio che c’era in ogni riga.
      E grazie anche per esserti “dilungata”, perché quando le parole sono vere non sono mai troppe.

      Un abbraccio grande, Desirè. 🤍🔥

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