Ho tutti i lati che ho.
Non solo quelli buoni,
non solo quelli che stanno bene in foto
o dentro una frase detta al momento giusto.
Forse è per questo
che non sono mai stato una parete.
Non sono una faccia sola.
Non sono un angolo fermo
da cui lasciarsi spiegare.
Forse sono una sfera.
E una sfera,
anche quando sembra liscia,
ha infiniti lati da offrire
a chi la guarda male,
a chi la guarda poco,
a chi la guarda davvero.
Ho il lato che ride forte
per non far sentire il rumore
di certe stanze vuote.
Il lato che si offre sempre,
che arriva,
che tende la mano,
che resta un minuto in più
anche quando avrebbe dovuto
imparare ad andarsene.
Ho il lato storto,
quello che si chiude male,
quello che ogni tanto punge,
quello che se lo tocchi
ti dice “non è niente”
mentre sanguina da ore.
Ho il lato che scrive.
Che trasforma tutto in parole
per non lasciarlo marcire dentro.
Che prende il dolore,
gli cambia nome,
gli dà ritmo,
e poi lo lascia andare in giro
come se non fosse nato da una ferita.
Ho il lato che crede ancora.
Ed è forse il più ridicolo di tutti.
Perché cade,
capisce,
si giura basta,
poi vede una luce piccola
e ricomincia da capo
come un deficiente sacro.
Ho il lato che vorrebbe pace,
quello che sogna una mano semplice,
una presenza senza guerra,
un amore che non sembri sempre
una prova da superare.
E poi ho il lato nero.
Quello che non fa scena,
quello che non chiede scusa,
quello che ha imparato
che certe verità non brillano:
bruciano piano,
senza fare rumore.
Ho il lato che si vergogna.
Quello che si sente troppo,
troppo intenso,
troppo strano,
troppo tardi,
troppo poco per qualcuno
e troppo per sé stesso.
Ma ho anche il lato che resiste.
Quello che dopo tutto
si rimette in piedi.
Male, storto, stanco,
ma in piedi.
E forse il punto è proprio questo:
che chi prova a prendermi
da una parte sola
non mi ha visto davvero.
Perché cambio riflesso.
Cambio ferita.
Cambio voce.
Cambio luce.
Resto io,
ma non finisco
nel primo lato che mostro.
Ho tutti i lati che ho.
Quelli che si contraddicono,
quelli che si odiano,
quelli che si salvano a vicenda
quando arriva notte.
E non sono facile da capire,
forse nemmeno da amare,
ma sono questo:
un essere umano con più direzioni,
più crepe,
più fuochi
di quanti ne sappia nominare.
Come una sfera.
Senza un davanti definitivo.
Senza un solo punto giusto.
Con infiniti modi
di cadere nella luce
o di restare nel nero.
Ho tutti i lati che ho.
E ormai non li nascondo più.
Perché se devo perdermi,
voglio perdermi intero.
E se qualcuno un giorno
avrà il coraggio di restare,
non amerà una faccia sola,
ma il disordine preciso,
la curva imperfetta,
gli infiniti lati
di tutto quello che sono.




Lascia un commento