Di nuovo agosto.
Di nuovo il cielo che chiede di essere guardato
con il collo spezzato all’indietro
e l’umiltà di sentirsi piccoli.
La cometa passa
e lascia una scia
che non promette nulla
se non il tempo di un desiderio sbagliato.
Mi siedo accanto agli altri.
Poi mi sdraio.
Cerco occhi liberi.
Cerco labbra che non siano già occupate
a dimenticare qualcun altro.
Intorno a me
le bocche si incontrano,
si accendono,
si consumano in silenzio.
Per me
resta lo spettacolo del cielo
e una fame che assomiglia
a quella dei sedici anni
quando aspettavi qualcosa
che non arrivava mai.
Una stella mi entra nell’occhio.
Non brucia.
Taglia.
Resta lì
come un riflesso che non se ne va,
come un pensiero che graffia
anche a palpebre chiuse.
Sono stanco.
Sono pallido sotto questo nero enorme.
Ma non importa.
Il cielo non consola
e non promette.
Dopo questa notte
ci saranno altre labbra.
Forse anche le mie.

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