Stavo fuggendo
e non so da cosa.
Forse da me,
forse da una stanza che continuava a chiamarmi casa.
Qualcuno mi ha preso per il polso.
Non con forza.
Con quella decisione gentile
che hanno solo i sogni quando non vogliono svegliarti.
La mano era fredda, poi calda.
Maschile, poi no.
Aveva dita lunghe, poi corte,
poi non aveva più dita
ma un’idea di presa
che bastava.
Mi sono voltato
e il volto non era lo stesso ogni volta che lo guardavo.
Cambiava sesso, età, pelle,
come se stesse provando a somigliarmi
senza riuscirci del tutto.
«Non correre così»,
ha detto senza muovere la bocca.
La voce mi arrivava dal polso,
dal punto esatto in cui il sangue decide se tornare indietro
o andare avanti.
Ho provato a liberarmi.
Non per paura.
Per abitudine.
Si fugge anche quando non serve.
La presa non si è chiusa di più.
È diventata più vera.
Allora ho capito:
non mi stava fermando.
Stava restando.
E io, che so solo andarmene,
non ho saputo fare altro
che svegliarmi
con il braccio ancora teso
e la sensazione precisa
di essere stato trattenuto
nel punto giusto.
