Non mi ricordo i nomi.
Mai.
Perché i nomi
sono etichette attaccate alle valigie
e io ho sempre guardato il contenuto,
mai il bagaglio.
Mi ricordo come mi ha tremato il respiro,
quello sì.
Mi ricordo le mani fredde,
la risata che spostava l’aria,
il silenzio che cadeva come una tenda
nel mezzo di una frase.
Mi ricordo le notti storte
in cui una parola qualunque—
gettata lì, senza pensarci—
mi apriva in due.
E le mattine pulite
in cui bastava un gesto,
una vibrazione del mondo,
per farmi scrivere dieci righe
che non sapevo nemmeno di avere.
Le persone passano,
si sfilano via come giacche leggere
nell’atrio di una stazione.
Io resto con ciò che mi hanno mosso dentro.
Con le crepe.
Con le scintille.
Con quel piccolo terremoto
che non ha bisogno di un nome
per essere vero.
Le mie poesie sono un diario
senza volto.
Un atlante di emozioni,
di maree improvvise,
di battiti che non so più da chi
siano stati accesi.
E forse è giusto così:
i nomi evaporano.
Le emozioni no.
Sono quelle
che mi hanno reso quello che sono.
Sono quelle
che porto ancora addosso,
come cicatrici
o come benedizioni.

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