
Non aveva la sciarpa giusta.
Aveva una felpa lisa, con il cappuccio che sapeva di pioggia e di notti passate a fumare fuori dai bar.
Scriveva sui tovaglioli, sui biglietti dell’autobus, sulle note del telefono quando il mondo gli stava stretto.
Non cercava la rima, cercava ossigeno.
Dicevano che non fosse un poeta.
E forse avevano ragione.
Non usava parole difficili.
Usava le stesse che la gente dice ogni giorno — solo che le diceva quando nessuno le voleva sentire.
Aveva amato poco e male.
E ogni volta, dalle ceneri di un addio, tirava fuori una frase.
Una soltanto.
Breve.
Vera.
Scrivere non gli guariva niente.
Ma almeno lo teneva in piedi.
Diceva che non si scrive per vincere premi,
si scrive per non perdere sé stessi.
E la notte, quando il mondo dormiva,
si leggeva a voce bassa, come per farsi compagnia.
Non era un poeta.
Era solo uno che sapeva cosa vuol dire
essere vivi —
e volerlo dire a tutti,
anche se nessuno ascolta.




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