
C’era una volta una luce che si stancò di brillare.
Non perché fosse debole, ma perché aveva visto troppo.
Si chiamava Nero, anche se non era un nome.
Era il momento in cui le cose smettevano di fingere.
Il confine tra l’essere vivi e il ricordarlo soltanto.
Nero era l’asfalto dopo la pioggia,
il cielo quando non promette più nulla,
la stanza dove le voci si spengono e resta solo il respiro.
Lo trovavi nei giorni in cui non succede niente,
ma senti che qualcosa dentro di te sta cambiando lo stesso.
Nero era ovunque:
nel riflesso spento delle vetrine,
nel suono ovattato di una strada di notte,
nel bicchiere lasciato a metà,
nelle parole che non escono mai.
Non faceva paura.
Faceva verità.
Perché nel Nero non c’è bugia,
solo l’essenza di tutto ciò che abbiamo perso,
e che ancora —
non riusciamo a lasciar andare.

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