Una storia horror poetica nello stile Fuoconero / Black Blaze — dove il fuoco non brucia, ma ricorda.

C’era una notte che non voleva finire.
Il cielo, piĂą nero del solito, sembrava respirare.
Ogni tanto, un lampo tagliava le nuvole — ma non c’era tuono.
Solo il silenzio, gonfio come una ferita.
Lui si chiamava Aris, e cercava il fuoco.
Non quello che scalda, ma quello che spiega.
Da giorni camminava tra fabbriche dismesse e campi anneriti, seguendo un bagliore che non esisteva.
Dicevano che, dove il fuoco non brucia, l’anima può ancora essere vista.
Trovò il luogo al confine tra due silenzi:
una centrale abbandonata, spoglia come un altare dimenticato.
Sul pavimento, la stella nera era incisa nel cemento, pulsante di una luce fredda.
Aris si avvicinò.
Ogni passo cancellava il battito del cuore.
Dal centro della stella, qualcosa si mosse.
Una fiamma.
Ma non aveva calore — solo memoria.
Dentro quella fiamma, Aris vide il volto di chi aveva perso:
una donna, i cui occhi ardevano senza luce.
“Mi hai chiamata,” disse.
“Ma non sapevi che il fuoco ascolta solo chi è disposto a bruciare.”
Aris tese la mano, e il fuoco lo attraversò come vetro.
Sentì la pelle gelarsi, poi spezzarsi in crepe luminose.
Dentro di lui, qualcosa si accese.
Non dolore, ma consapevolezza:
il fuoco non era mai stato fuori.
Era la sua colpa.
Il suo rimpianto.
Tutto ciò che aveva cercato di dimenticare, ardeva ancora lì — da sempre.
Quando la mattina arrivò, la centrale era vuota.
Solo una figura carbonizzata, in ginocchio, con il volto rivolto al cielo.
Sul muro dietro di lei, inciso con cenere, c’era scritto:
“Non tutte le fiamme scaldano.
Alcune ti ricordano cosa sei stato,
prima di spegnerti.”
E la stella nera continuava a pulsare.
Lenta. Viva.
Come un cuore che non ha ancora deciso se smettere di battere.




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