
Non sapeva più quante volte si era persa.
Non nel mondo — quello era fin troppo prevedibile — ma dentro.
Ogni volta che sentiva di crollare, lasciava un pezzo di sé per tenere in piedi tutto il resto: un sorriso, un gesto, una frase detta per non far preoccupare nessuno.
C’era una crepa nella sua voce, eppure riusciva sempre a farla suonare bene.
Sul comodino, uno specchio incrinato e un rossetto a metà.
Ogni mattina lo passava sulle labbra, come se fosse un talismano: il modo più semplice per dire “eccomi ancora qui, anche oggi”.
La gente la salutava distratta, nessuno vedeva quanto le tremavano le mani quando cercava le chiavi nella borsa.
Aveva imparato a chiamare “errore” tutto ciò che la faceva sentire viva, e “colpa” ogni volta che aveva seguito il cuore.
Così era finita a vivere a metà, come una canzone senza ritornello.
Ma quella mattina qualcosa cambiò.
Si svegliò, guardò il suo viso stanco riflesso nello specchio e, invece di coprire le occhiaie, sorrise.
Un sorriso storto, ma vero.
Non vinse niente, non conquistò nessuno, non guarì da nulla.
Eppure, per la prima volta dopo tanto tempo, restò.
E quella, forse, era la più grande vittoria di tutte.

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