
Nella mia città c’è un barbiere che apre solo nei giovedì dispari.
Gli altri giorni legge i tarocchi, aggiusta vecchie radio, o semplicemente scompare.
Nessuno sa dove vada, ma tutti sanno che, quando la saracinesca si alza, il profumo di dopobarba si mescola a quello dell’incenso.
Non serve prenotare.
Chi entra, entra per destino.
Il barbiere ha mani lente, voce roca e un modo tutto suo di guardarti allo specchio:
come se non stesse sistemando i capelli, ma le crepe del cuore.
Dice che ogni testa è un archivio di pensieri,
e che il rumore delle forbici serve a liberarli piano, senza farli sanguinare.
A volte parla poco.
Altre volte racconta storie che non si capisce se siano vere o inventate.
C’è chi giura che un giovedì gli sia capitato tra le mani un uomo che aveva perso la memoria,
e che, al primo colpo di forbici, si sia ricordato il nome della donna che amava.
C’è chi dice che un giorno sia entrato un politico,
e che ne sia uscito con la testa vuota ma il cuore finalmente pieno.
Io ci sono stato una volta sola.
Mi ha guardato negli occhi e ha detto:
“Tagliare non serve per cambiare.
Serve per ricordarsi chi sei, prima che il mondo ti spettini.”
Poi ha posato le forbici e mi ha lasciato un biglietto, scritto a mano, infilato nel taschino del camice.
C’era scritto solo:
“Torno quando smetterete di fingere di essere a posto.”
Da allora passo spesso davanti alla sua bottega.
A volte la saracinesca è abbassata,
a volte si intravede la luce.
Non so se sia ancora lì dentro, ma giuro che ogni tanto,
nei giovedì dispari, sento il suono di una radio vecchia che canta sottovoce.
E penso che forse la felicità non sta nel taglio perfetto,
ma in quel momento esatto in cui ti riconosci allo specchio e dici:
“Sì, sono io. Stavolta, davvero.”

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