
Oggi è il profumo delle mattine, il carburante dell’umanità e la scusa per ogni incontro sociale.
Ma c’è stato un tempo in cui il caffè era considerato opera del demonio.
La leggenda comincia nel Medio Oriente del XV secolo: alcuni monaci musulmani scoprono che bere un infuso di semi tostati li aiuta a restare svegli durante le preghiere notturne.
La notizia si diffonde come un aroma irresistibile, e in pochi decenni le qahveh khaneh — le prime caffetterie — diventano i luoghi più frequentati e chiacchieroni del mondo islamico.
Fin qui tutto bene, finché qualcuno non si accorge che il caffè rende la gente più sveglia… anche mentalmente.
E un popolo che inizia a pensare troppo può diventare pericoloso.
Così, nel 1511, a La Mecca, il governatore locale proibisce il caffè, definendolo “bevanda del diavolo”.
Ma il divieto dura poco: il sultano d’Egitto — probabilmente dipendente dall’espresso — revoca tutto e riapre le botteghe.
Quando la moda del caffè arriva in Europa, la storia si ripete.
A Roma, nel Seicento, i religiosi lo accusano di essere un dono di Satana, perché “proviene dai musulmani e risveglia i sensi”.
Papa Clemente VIII, curioso, decide di assaggiarlo prima di bandirlo.
Ne rimane talmente conquistato che esclama:
“Questa bevanda di Satana è talmente deliziosa che sarebbe un peccato lasciarla solo ai miscredenti!”
E così, con una benedizione papale e un pizzico d’ironia divina, il caffè divenne da “peccato” a “rito”.
Da allora, milioni di persone si redimono ogni mattina con una tazzina in mano.
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