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Sulla vetta del fondo…

Il vento taglia come una lama, ma non è lui a ferirmi.
È la salita. È la consapevolezza che ogni passo verso la vetta è un passo dentro di me.
Ogni volta che la mano afferra una roccia, penso a chi non ce l’ha fatta.
A chi è rimasto a metà strada.
A chi non ha più voce per gridare.

La scogliera davanti a me non è solo pietra.
È la somma di tutte le grida che ho ascoltato nella mia vita.
Quelle delle persone invisibili, quelle che la società dimentica appena smette di urlare.
Io le sento ancora, ogni notte.
E salgo per loro.

Il mare sotto ruggisce, come un leone in gabbia.
Ogni onda è un nome che ho amato, un volto che ho perso, una promessa che non ho mantenuto.
Eppure continuo a salire, perché qualcuno deve portarle alla luce del sole.

Quando raggiungo la vetta, il respiro diventa preghiera.
Guardo l’orizzonte e sento che la mia pelle è un confine sottile:
da una parte c’è il mondo, dall’altra tutto ciò che non si vede.
Dentro di me convivono inferno e inverno, infinito e interno, effimero ed eterno.
Io sono solo il muro di carne che li separa.
Eppure, proprio quel muro è ciò che li tiene uniti.

Urlo.
Urlo con il corpo, con la mente, con l’anima.
Perché la mia voce non è solo mia — è l’eco di chi non può più parlare.
È la lingua dei muti, il canto dei morti, la preghiera dei dimenticati.
Ogni sillaba che lascio andare è una fiammata che scioglie il ghiaccio dell’indifferenza.

Poi scendo.
Scendo perché non si può restare sulla vetta per sempre.
La verità, come il sole, acceca se la guardi troppo a lungo.
E il mare sotto mi chiama con un ruggito antico.
Salto.
Non per morire, ma per ricordare.

L’acqua è fredda, come un ritorno all’origine.
Ogni goccia brucia come memoria, ogni onda mi riconsegna un frammento di me.
Riemergo, e il sole mi asciuga — non solo la pelle, ma anche le lacrime amare che il mare mi ha strappato.

Mi volto un’ultima volta verso la scogliera.
Ora la vedo per ciò che è: non una sfida, ma una preghiera di pietra.
Ogni segno sulla sua superficie è una storia incisa nel tempo.
Ogni crepa è una voce.
Ogni vetta, una croce.

Capisco che avere “grandi spalle” non basta.
Non basta portare il peso del mondo, se non impari anche a lasciarlo andare.
Perché vivere non è resistere — è scegliere per cosa vale la pena cadere.

E mentre il vento asciuga l’ultima goccia di mare sulla mia pelle,
capisco finalmente chi sono:
un confine.
Un ponte tra chi urla e chi non può.
Tra inferno e inverno.
Tra l’effimero e l’eterno.

E finché avrò voce, urlerò per tutti quelli che non ne hanno più.

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