Mi arrampico con fatica su questa scogliera.
È stata scolpita dalla lava del tempo, tagliata da mani invisibili che non hanno mai smesso di lavorare.
Ogni roccia è un ricordo, ogni fessura una ferita.
Le mani mi scivolano — bagnate di lacrime — e la presa diventa fragile, come la mia voglia di restare.
Il vento mi colpisce il viso, portando odore di sale e di sconfitta.
I capelli, ribelli, imitano le onde che si infrangono sotto di me, muovendosi come ombre flessuose.
Il mare ruggisce, e in quel ruggito riconosco tutti i leoni del mondo, tutte le battaglie combattute e mai vinte.
Da quassù vedo il mondo lontano,
un paese sospeso tra passato e passato remoto, dove la parola “oggi” non esiste.
Lì, chi non volevo amare mi ha costretto a farlo,
chi non volevo odiare mi ha insegnato a farlo,
confondendo il confine tra bene e male fino a farmi credere che odiare potesse essere un atto d’amore.
Ora respiro più forte.
Non più iodio, ma aria di vittoria.
Non quella degli altri, ma la mia:
la vittoria di chi è sopravvissuto al proprio naufragio.
Perché invece d’affogare, sono sul podio.
Non devo più far uscire le onde dagli occhi.
Mi vedo senza paura, riflesso in infiniti specchi che non mentono più.
Guardo la mia terra da qui,
una terra fatta di mille dialetti e di sfumature,
di falsi padroni e veri eroi,
entrambi sullo stesso piano — anche se a volte inclinato male.
E sento che non basta sentirmi vivo per lavare via le colpe degli altri.
Questa scogliera mi ha insegnato la differenza tra cadere e arrendersi.
Adesso posso vedere la mia nuova vita da quassù,
lontano da chi mi voleva in ginocchio, da chi non ha mai voluto capire la verità.
Fuggo da realtà e religione,
perché le mie ali non conoscono dottrine:
sono fatte di ragione, di luce, di ciò che resta dopo aver perso tutto.
E mentre il mare continua a ruggire,
capisco che non c’è più niente da perdonare.
Ho dimenticato il sapore delle lacrime,
perché ho imparato a sorridere.
E il sorriso — lo so ora —
è la cosa più ermetica che esista.
Non teme confini, né traduzioni violate.
È l’unico linguaggio che mi fa sentire davvero parte del mondo che, finalmente, ho smesso di temere.
