C’è chi scrive con l’inchiostro,
chi con la voce, chi con le vene.
Io, invece, scrivo con i silenzi.
Da bambino credevo che le parole servissero a spiegare.
Poi ho scoperto che servono, soprattutto, a nascondere.
Lei no.
Lei non parlava quasi mai.
Era come se ogni sua frase fosse un rischio di dire troppo.
La guardavo e avevo l’impressione che le lettere, anziché uscire, le restassero addosso — come una seconda pelle di luce.
Una volta le dissi che i sorrisi sono più veri delle parole.
Mi rispose con un mezzo sorriso, e in quel gesto c’era la traduzione perfetta di tutto ciò che non sapevo dire.
Da allora, ho capito che il sorriso è la cosa più ermetica che c’è: non teme confini, né traduzioni, né perché.
È un verso breve, come quelli di Ungaretti, ma dice tutto — anche quando non lo ammetti.
L’ho cercata in mille libri, tra gli spigoli dei poeti che non finiscono mai le frasi.
Ho provato a capire come facesse a dire tanto con così poco.
Forse aveva solo imparato a usare la luce al posto delle parole.
O forse era la vita che, stanca di parlare, si era scelta un volto attraverso cui farsi capire.
Quando sorrideva, il tempo perdeva ritmo.
Restava sospeso, come una foglia d’autunno prima di cadere.
Io restavo lì, fermo, aggrappato a quel sorriso che mi coglieva ogni volta di sorpresa.
Come se Dio, stufo della poesia, avesse deciso per un momento di scrivere in prosa.
Da allora credo che l’amore non abbia grammatica.
Ha pause, accenti, respiri.
E che certi segreti non vadano spiegati, ma solo custoditi — come una lingua dimenticata, che si comprende solo in due.
Così, ogni volta che sorrido, mi illumino d’immenso.
Ma non come Ungaretti.
Mi illumino perché in quel gesto, in quella curva di luce,
sento di parlare la lingua più antica del mondo:
quella che non tradisce mai.
