Dossier 04 – Il bambino che vedeva la stella nera

La stella nera non appare sempre tra le fiamme. A volte comincia da un disegno fatto da un bambino.

Questo dossier fa parte dell’Archivio Fuoconero, una raccolta di racconti, frammenti e testimonianze laterali ambientati nell’universo narrativo di Fuoconero.

La storia principale comincia nel romanzo, tra Roma, indagini impossibili, fiamme nere e il simbolo della stella nera.

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Il primo disegno venne archiviato come materiale scolastico senza valore. Un foglio A4, matite colorate, nome scritto in alto a destra con una grafia incerta: Samuele R., sette anni, seconda elementare. Il compito assegnato dalla maestra era semplice: “Disegna una cosa che hai sognato.” La maggior parte dei bambini aveva disegnato mostri sotto il letto, cani volanti, case con finestre storte, genitori enormi e soli sorridenti. Samuele disegnò un cielo bianco, una strada vuota e, al centro del foglio, un simbolo nero.

Non era una stella nel senso normale della parola. Non aveva luce, non aveva raggi, non aveva nulla di infantile. Era un segno preciso, troppo preciso per una mano di sette anni: un triangolo vuoto, punte scure, linee tese come lame. Sembrava inciso più che disegnato. La maestra, Elena Bartoli, pensò che il bambino l’avesse copiato da qualche videogioco, da una maglietta, da un cartone animato visto senza controllo. Gli chiese cosa fosse.

Samuele rispose:

«È la stella che resta quando il buio ha finito di mangiare.»

La frase venne annotata solo in seguito. Sul momento la maestra si limitò a sorridere, con quella pazienza un po’ stanca degli adulti che credono ancora di poter addomesticare l’orrore chiamandolo fantasia. Disse a Samuele che era un disegno interessante, ma che forse avrebbe potuto aggiungere un po’ di colore.

Il bambino la guardò senza capire.

«Ma se metto il colore, lei si sveglia.»

Nei giorni successivi, Samuele disegnò la stessa stella altre quattordici volte. Sempre identica. A volte sospesa sopra una casa. A volte dentro un bicchiere d’acqua. A volte sul petto di un uomo senza volto. A volte al posto del sole. Non cambiava mai davvero. Cambiava solo il luogo in cui appariva, come se il bambino non stesse inventando un simbolo, ma seguendo una cosa che si spostava.

La maestra convocò la madre, Marta Rinaldi. Trentacinque anni, impiegata amministrativa, separata, nessuna particolare inclinazione al melodramma. Arrivò a scuola con l’espressione di chi ha già abbastanza problemi normali e non desidera riceverne altri sotto forma di disegni inquietanti. Quando vide i fogli, però, non disse nulla per alcuni secondi. Poi ne prese uno, lo avvicinò agli occhi e sbiancò.

«Questo lo ha disegnato anche sul muro della camera.»

La maestra abbassò la voce.

«Da quanto?»

«Da quando è mancato suo nonno.»

Il nonno di Samuele era morto tre mesi prima, per un arresto cardiaco improvviso. Nessun mistero, nessuna violenza, nessun elemento insolito. Almeno fino a quel momento. Marta raccontò che, la notte dopo il funerale, Samuele si era svegliato piangendo e aveva detto di aver visto il nonno “dietro una porta nera”. Non morto. Non vivo. Dietro. Aveva insistito molto su quella parola. Dietro il nero. Dietro la stella. Dietro “la parte del mondo che non si apre con le mani”.

La famiglia attribuì tutto al lutto. Era normale che un bambino cercasse forme per dire ciò che non capiva. Era normale che la morte diventasse porta, buio, segno, mostro. Era normale finché le frasi restavano frasi.

Poi Samuele cominciò ad anticipare le cose.

La prima fu banale. Disse che il rubinetto della cucina non doveva essere aperto perché “l’acqua avrebbe fatto arrabbiare il nero”. Marta, esasperata, lo aprì lo stesso. Dalla bocca metallica uscì per un istante acqua scura, densa, come se la tubatura avesse tossito fango. Durò meno di due secondi. Il tecnico chiamato il giorno dopo parlò di residui, ruggine, pressione, lavori nella zona. Tutto plausibile. Tutto archiviabile.

La seconda fu più difficile da spiegare. Samuele disegnò la stella sopra un autobus giallo. Sotto scrisse, con lettere storte: NON SALE. Il giorno dopo, lo scuolabus ebbe un guasto prima di partire. Nulla di grave, nessun ferito. Ma Marta trovò il disegno nella cartella soltanto dopo aver ricevuto la chiamata della scuola.

La terza accadde durante una visita dalla neuropsichiatra infantile, dottoressa Irene Valenti. La madre, ormai preoccupata, aveva deciso di far valutare il bambino. La dottoressa descrisse Samuele come “lucido, collaborativo, affettivamente presente, con marcata produzione immaginativa a tema ricorrente”. In altre parole: un bambino intelligente, spaventato, forse troppo esposto al proprio dolore. Gli chiese di raccontare la stella.

Samuele disse:

«Non è mia.»

«Di chi è?»

«Di quello che passa.»

«Chi passa?»

Il bambino indicò la finestra dello studio.

«L’uomo che non finisce.»

La dottoressa seguì il suo sguardo. Fuori c’erano il parcheggio, due alberi magri, una macchina bianca, una donna al telefono. Nessun uomo. Quando tornò a guardare Samuele, lui stava disegnando. Non guardava il foglio. La mano si muoveva da sola, veloce, precisa. Prima il triangolo. Poi le punte. Poi una figura allungata, appena accennata, alle spalle del simbolo.

La dottoressa gli chiese se quell’uomo gli facesse paura.

Samuele rispose:

«No. Lui ha paura della stella.»

Quella frase entrò nella relazione clinica, anche se in forma attenuata. La versione ufficiale parla di “personificazione del lutto e attribuzione di paura a figura immaginaria”. La versione manoscritta, recuperata anni dopo tra gli appunti privati della dottoressa Valenti, è diversa. Accanto alla frase del bambino, la dottoressa scrisse: “Non sembrava fantasia. Sembrava testimonianza.”

Il caso sarebbe rimasto confinato in ambito familiare se non fosse accaduto l’episodio della piscina.

Era giugno. La scuola aveva organizzato una giornata in un centro sportivo alle porte di Roma. Samuele non voleva entrare in acqua. Non per paura di affogare, non per vergogna, non per capriccio. Continuava a ripetere che “l’acqua chiamava la stella”. La maestra Elena cercò di tranquillizzarlo. Gli disse che l’acqua non chiama nessuno, che era tutto sicuro, che poteva restare sul bordo finché se la sentiva.

Allora Samuele indicò il fondo della piscina.

«Lì sotto c’è una luce nera.»

Pochi minuti dopo, l’impianto elettrico ebbe un calo improvviso. Le luci interne tremarono, i filtri si arrestarono, la superficie dell’acqua diventò immobile in modo innaturale. Chi era presente raccontò di aver visto, per meno di un secondo, una macchia scura allargarsi sotto il livello dell’acqua, come un’ombra senza oggetto. Nessuno si fece male. Il centro sportivo parlò di guasto tecnico. La direzione scolastica parlò di suggestione collettiva. La maestra Elena Bartoli non parlò affatto.

Tornata a casa, però, telefonò alla madre di Samuele e le chiese di controllare i disegni.

Ne mancava uno.

Quello con la piscina.

Al suo posto, nella cartella del bambino, c’era un foglio nuovo. La carta era asciutta, ma emanava un odore lieve di cloro e cenere. Al centro c’era la stella nera. Sotto, una frase scritta con una grafia che non sembrava quella di Samuele:

L’ACQUA NON SPEGNE CIÒ CHE NON BRUCIA PER ESSERE VISTO.

Marta decise di togliere il figlio da scuola per qualche giorno. Non voleva più spiegazioni. Voleva silenzio, normalità, cartoni animati, pasta al pomodoro, lenzuola pulite, un bambino che tornasse a essere bambino. Per due giorni sembrò funzionare. Samuele giocò, mangiò poco ma sorrise, dormì con la luce accesa. Non disegnò stelle.

La terza notte, Marta si svegliò perché sentì il figlio parlare nella stanza accanto.

Non piangeva. Non gridava. Parlava piano, come se rispondesse a qualcuno.

«No. Non glielo dico.»

Pausa.

«Perché si spaventa.»

Pausa.

«Non è pronto.»

Marta entrò nella camera. Samuele era seduto sul letto, rivolto verso l’angolo più buio della stanza. La lampada sul comodino era accesa, ma la luce sembrava fermarsi prima di raggiungere la parete. Sul muro, proprio dove il bambino guardava, c’era il simbolo. Non disegnato. Non inciso. Appariva come un’ombra aderente all’intonaco, perfetta, immobile.

Marta accese la luce principale.

La stella sparì.

Samuele si voltò verso di lei con gli occhi lucidi.

«Mamma, se un giorno la vedi anche tu, non toccarla.»

«Samuele, amore, cosa non devo toccare?»

«Il bordo.»

«Il bordo di cosa?»

Il bambino abbassò la voce.

«Del mondo.»

Nei mesi successivi, il fenomeno diminuì. I disegni si fecero più rari. Samuele cominciò a parlare meno della stella. La dottoressa Valenti interpretò il miglioramento come elaborazione progressiva del lutto. La maestra Bartoli, invece, conservò alcuni fogli senza dirlo a nessuno. Li mise in una cartellina azzurra, insieme a una nota personale. Sulla nota scrisse: “Non so cosa ho visto. So soltanto che non voglio dimenticarlo al posto suo.”

Anni dopo, quella cartellina venne ritrovata in un archivio scolastico durante un trasloco. La scuola aveva cambiato sede, la maestra era in pensione, Samuele R. risultava trasferito da tempo. Nessuno seppe spiegare perché la cartellina fosse finita in una scatola dedicata ai registri del personale. Nessuno seppe spiegare perché i fogli, pur essendo stati conservati al chiuso, presentassero tutti lo stesso annerimento lungo i bordi.

L’ultimo disegno era diverso dagli altri.

Non mostrava una casa, un autobus, una piscina o un uomo senza volto. Mostrava Roma dall’alto. Una città semplificata, infantile, fatta di cupole, palazzi, strade e quadrati colorati. Ma in diversi punti della città comparivano piccole stelle nere. Alcune sopra edifici. Alcune sotto terra. Una, più grande delle altre, al centro di una strada.

Sul retro del foglio c’era una frase.

La grafia sembrava di nuovo quella di Samuele, ma più lenta, più adulta, quasi dettata:

Quando tornerà, gli adulti diranno che è iniziato tutto quel giorno. Ma i bambini lo vedono sempre prima.

Il fascicolo venne fotografato, digitalizzato e poi smarrito durante un passaggio di archiviazione. Le scansioni rimaste presentano anomalie nei punti in cui appare la stella: perdita di dettaglio, rumore nero, distorsioni ai margini. In una delle immagini, ingrandendo il riflesso di una finestra disegnata da Samuele, alcuni tecnici sostennero di riconoscere una figura umana alle spalle del bambino. Alta, immobile, troppo sottile.

La perizia ufficiale parlò di pareidolia.

L’Archivio conserva un’altra possibilità.

Forse Samuele non inventava la stella nera.

Forse la vedeva perché, per qualche ragione, il confine era più sottile nei suoi sogni che negli occhi degli adulti.

O forse i bambini non vedono più cose di noi.

Vedono solo prima di imparare a mentire a se stessi.


Questo dossier appartiene all’Archivio Fuoconero.

La linea principale della storia è raccontata nel romanzo Fuoconero, dove tutto ha inizio: Roma, il commissario Alinghi, Paolo, la stella nera e una sostanza che non dovrebbe esistere.

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9 pensieri riguardo “Dossier 04 – Il bambino che vedeva la stella nera

  1. Mi piacciono questi racconti legati alla storia principale. Arrichiscono il tutto e mostra come quegli eventi influenzino la vita di tutti quanti e gli effetti che hanno avuto. Sono racconti che rendono il tutto ancora più affascinante.

    1. Grazie davvero, mi fa molto piacere leggere un commento così. 😊

      Era proprio l’effetto che speravo di ottenere: far vedere che gli eventi di *Fuoconero* non riguardano solo i protagonisti, ma lasciano tracce, conseguenze e storie anche nella vita di altre persone. Credo che questo renda l’universo narrativo più credibile e vivo.

      Già che ci sono, ne approfitto per chiederti una curiosità: hai visto anche la nuova grafica del sito e il nuovo nome? Ti piacciono? Sono ancora in fase di rifinitura e mi farebbe davvero piacere sapere cosa ne pensi.

      1. Sicuramente è una grafica molto accattivante anche se troppo oscura. Non nel senso che non mi piace il dark, ma sarebbe ottimo più giochi di luce e ombre. Anche se mi rendo conto che detta così è qualcosa di complesso.

  2. Ciao fuoconero 78 la mia lettura e simile a quella di Butcher, forse perché luna e sole si alternano ogni giorno, la finestra si comincia e chiudere ed io che lo sento con forza ne soffro . Amo queste storie perché credo molto che rispondono alla realtà . Sono contenta che le pubblichi viene nascosto sottratto e sottratto l’essenziale da tutti i media, provo il voltastomaco per l’ipocrisia e la pazzia imperanti . Grazie un caro saluto 💙🌳

    1. Grazie davvero per queste parole, mi fanno molto piacere.

      Sì, sono storie correlate a **Fuoconero**: piccoli frammenti, riflessi e anomalie che girano attorno allo stesso universo narrativo. Non sempre spiegano tutto in modo diretto, ma provano a mostrare quella parte nascosta, disturbante e spesso ignorata della realtà.

      Capisco bene quello che dici sull’ipocrisia e su ciò che viene sottratto o coperto. Anche per questo mi piace pubblicarle: perché a volte una storia riesce a dire certe verità meglio di un discorso.

      Un caro saluto e grazie ancora per averle lette con tanta attenzione.

  3. Bravo accade come dici, provo anch’io ma ho già saggiato che uscire dagli schemi senza crediti è solo un’esperienza che urta il credo e la sensibilità altrui . Ci sono sicurezze che non si lasciano neppure quando sono in evidenza. Continua grazie a te 💙🌳

    1. Grazie davvero Francesca, mi fa molto piacere quello che scrivi.

      Sì, a volte uscire dagli schemi è l’unico modo per provare a vedere meglio certe cose. E hai ragione: ci sono sicurezze che resistono anche quando tutto sembrerebbe metterle in discussione.

      Sono contento che queste storie ti arrivino così. Se ti va di fare due chiacchiere, nei miei contatti trovi anche Telegram.

      Un caro saluto e grazie ancora.

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