Nel 2019 avevo 41 anni.
L’ho scoperto solo ora: anche Valerio Tomassini Deustua aveva 41 anni quando è morto.
Era un poeta.
Ha scritto un libro di poesie che si chiama Fuoco nero.
Non lo conoscevo.
Non avevo mai sentito il suo nome.
Non avevo mai letto una sua poesia.
Non c’è continuità, non c’è influenza, non c’è alcuna linea che unisca i testi.
Solo una coincidenza, nuda e basta.
Stessa età.
Stesso titolo.
Stessa città.
Le parole, però, non appartengono a nessuno.
Sono immagini antiche, archetipi che tornano, a volte nello stesso punto, a volte no.
Le vite invece sono un’altra cosa. Quelle non si sovrappongono.
Valerio era un poeta vero, uno di quelli che scrivono per restare a galla, che camminano ai margini, che portano la poesia addosso anche quando il mondo smette di guardarti.
È morto in solitudine, e questo dice molto più di qualsiasi analisi letteraria.
Io sono ancora qui.
Scrivo per restare dentro, non fuori.
Scrivo per non peggiorare, per non farmi mangiare dal silenzio.
È una differenza enorme, e va detta, senza pudore e senza retorica.
Se avessi saputo prima della sua esistenza, avrei voluto conoscerlo.
Non per somigliargli.
Non per condividere un titolo.
Per ascoltarlo.
La coincidenza non spiega nulla.
Ma obbliga a fermarsi un momento.
E a ricordare che le parole possono incontrarsi, anche quando le persone no.

Le coincidenze predispongono all’intuizione
Grazie infinite…
🙂