
Il martello batteva piano, come un cuore che non vuole più sbagliare ritmo.
Ogni colpo era una parola, ogni scheggia una parte di sé che si staccava per sempre.
Lui non scolpiva statue, ma frasi.
Aveva imparato che le parole, se le colpisci nel punto giusto, cambiano forma.
“Brutto” poteva diventare “bello”.
“Tempesta” si trasformava in “fortunale”.
E “fortunale”, se lo guardavi bene, aveva già dentro la parola “fortuna”.
Ma a volte quella fortuna era solo di facciata, come la calma dopo una bugia.
Perché anche una barca meravigliosa, se ci sali da solo, prima o poi diventa un’arca:
una prigione che galleggia.
Si fermò, lo scalpello tremava.
Non sapeva più se stava creando o distruggendo.
Se stava incidendo un senso o solo cancellando l’ultimo.
Allora lasciò cadere gli attrezzi.
Caddero sopra un vecchio vocabolario di latino, aperto su una parola: amore.
Ma il martello, nell’impatto, ne strappò un pezzo.
Rimase solo: more.
“Morte.”
Capì che la passione, come l’arte, è una forma lenta di morire:
ogni volta che cerchi la perfezione, perdi un frammento di te stesso.
Poi sorrise.
Perché in fondo anche quel frammento — era un colpo ben assestato.

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